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Schopenhauer e Nietzsche: riflessioni sulla crisi culturale dell’Ottocento

approveQuesto lavoro è stato verificato dal nostro insegnante: 15.01.2026 alle 18:45

Tipologia dell'esercizio: Tema

Riepilogo:

Nel mondo desacralizzato, Schopenhauer invita al distacco ascetico, Nietzsche all’affermazione vitale del presente: due vie per dare senso all’esistenza.

Tre

Introduzione

Nell’Europa della prima metà dell’Ottocento si annuncia un terremoto culturale senza precedenti: le vecchie certezze crollano, il cielo delle religioni tradizionali sembra svuotarsi, e il “Dio delle metafisiche” comincia a tacere. In un paesaggio segnato dalla crisi degli orizzonti trascendenti, due pensatori tedeschi emergono con forza, situandosi alle soglie del tramonto dell’età moderna. Arthur Schopenhauer e Friedrich Nietzsche rappresentano due risposte radicali e antitetiche di fronte al grande interrogativo della modernità: che valore può ancora avere il presente, in un mondo ormai desacralizzato, dove le antiche mete e i significati ultimi sono divenuti inaccessibili o privi di senso universale?

Schopenhauer e Nietzsche ci chiamano a un’esplorazione delle radici stesse della condizione umana: il primo riprende la lezione delle filosofie orientali, in particolare delle Upaniṣad e del Buddhismo, ridipingendo il quadro del mondo come apparenza dolorosa e invitando al distacco; il secondo, in uno slancio vitalistico, si volge alla Grecia arcaica, alla forza tragica e creativa della vita, recuperando la fierezza esistenziale degli antichi. Comprendere questo dialogo non è solo un esercizio storico: è un passo essenziale per cimentarsi con l’eredità della modernità e con le sfide dell’oggi. Le risposte di Schopenhauer e Nietzsche riflettono infatti una tensione interna all’anima europea — in particolare quella tedesca ottocentesca, ancora frastornata dal crollo delle grandi narrazioni religiose e metafisiche.

Affrontare queste due prospettive significa dunque anche interrogare noi stessi, in quanto figli (talora inconsapevoli) di quella crisi: solo riflettendo sulle soluzioni opposte — la rinuncia ascetica da un lato, la celebrazione agonistica dall’altro — possiamo affacciarci ai dilemmi del presente, scoprendone le ferite e le risorse latenti.

Parte prima: il problema centrale

Il mondo desacralizzato

Con “mondo desacralizzato” si intende una realtà da cui sono scomparse, o sono divenute inverosimili e inefficaci, le antiche strutture di senso: Dio, il destino, il fine ultimo dell’uomo. In questa cornice non vi sono più orizzonti certi per l’agire né per il desiderare. L’esistenza si presenta, usando un’immagine di Ungaretti nei momenti più cupi del Novecento, come un “navigare a vista”: il passato si dissolve, il futuro non promette approdi, il presente galleggia tra onde di un mare che non restituisce né indica terra ferma.

La crisi investe innanzitutto il presente. Privato di fondamenti trascendenti o religiosi, quest’ultimo smarrisce il proprio volto: non si tratta più di una tappa su una via determinata — come era il caso nella teleologia cristiana o nella filosofia classica — bensì di un punto instabile, esposto alle correnti del flusso temporale. Il sentimento dominante diventa il disorientamento: un’esperienza ben testimoniata dal teatro di Pirandello, in cui “la vita o la si vive o la si scrive”, ma senza che fra le due esperienze vi sia un significato condiviso e valido per tutti.

La domanda cruciale: quale valore dare al presente?

Il problema si approfondisce se rileggiamo il dilemma filosofico: come può il presente, privo di garanzie e di salvezza assicurate, alimentare ancora un senso per l’esistenza? Quale significato può assumere ciò che manca di radici metafisiche e di prospettive celesti?

In questo contesto si fanno strada due percorsi: da un lato, la necessità di riconoscere e valorizzare il presente “in sé”, come unica certezza, come unica possibilità vissuta. Dall’altro, il pericolo — o la tentazione — di rigettare il presente come una mera illusione, privo di valore autentico, nient’altro che il palcoscenico di un inganno. Non è un caso che Leopardi, nel suo Zibaldone, descriva il presente come “naufragio dolce” solo nella misura in cui si rinuncia a ogni illusione consolatoria.

Simbolo di questa incertezza è l’immagine del marinaio, caro tanto alla filosofia quanto alla letteratura italiana (si pensi alla poesia crepuscolare di Gozzano): egli si trova costretto a una scelta — navigare abbracciando coraggiosamente le onde o gettare l’ancora nel rifiuto delle illusioni.

Parte seconda: le due risposte al problema del presente

La risposta greca

La Grecia arcaica e classica offre un modello interpretativo alternativo, immune sia dall’ansia di salvezza sia dall’attesa di paradisi futuri. Nella filosofia presocratica, da Eraclito a Anassagora, la realtà è un fluire perenne, e il presente, pur effimero, trova la sua consistenza proprio nell’essere vissuto con autenticità e consapevole accettazione della precarietà.

La tragedia greca di Eschilo e Sofocle ne diventa la rappresentazione simbolica: Edipo non si appella a trame ultraterrene, Agamennone avanza verso il suo destino, consapevole che il senso della vita si gioca tra azione e dolore, né più né meno. Il mondo presente non è da rifiutare, ma da abbracciare con coraggio tragico.

Nietzsche riprende questa visione: la “vita come energia creativa” non cerca giustificazioni nell’oltremondo. Il presente è il campo della lotta, dell’arte, della gioia e della sofferenza, senza richieste di risarcimento. Questo stesso impeto si ritrova nel pensiero romano in autori come Orazio (“carpe diem”), ma in Grecia assume una connessione più profonda e drammatica con il destino.

In questa prospettiva, il valore del presente dipende dalla capacità umana di “dire sì alla vita”, di accogliere limiti e grandezze senza alcuna esigenza di fuga, attribuendo dignità al quotidiano e accettando la “condizione umana così com’è”.

La risposta orientale

Diametralmente opposta la proposta delle grandi tradizioni indiane: Upaniṣad e Buddhismo insegnano che il presente è una manifestazione illusoria, “maya”, risultato di ignoranza e attaccamento. Ciò che appare non ha consistenza reale, ma è flusso continuo e doloroso (dukkha). Il valore ontologico della vita terrena è dunque radicalmente negato: il presente è una catena, un impaccio da cui liberarsi tramite la rinuncia e il superamento del desiderio.

In quest’ottica, l’obiettivo non è valorizzare il momento che si vive ma piuttosto trascenderlo: attraverso la meditazione, la disciplina, la via del distacco, si intende spegnere l’illusione dell’io e della volontà personale. Notiamo qui l’eco orientale nella cultura europea: Schopenhauer vi attinge a piene mani, vedendo nella liberazione dal presente doloroso l’unico vero compimento possibile.

Gli esempi concreti di questa concezione si trovano nella pratica della meditazione ascetica, nella rinuncia ai beni materiali, nella sospensione dei legami che rendono l’individuo schiavo della catena delle rinascite. La sapienza non consiste nel “vivere il presente”, ma nel dissolverlo.

Parte terza: Schopenhauer e Nietzsche nel contesto di queste risposte

Schopenhauer e la filosofia orientale

Arthur Schopenhauer, figlio di una Germania stanca delle promesse non mantenute dalla ragione illuministica, abbraccia con decisione l’orizzonte orientale. Nella sua opera fondamentale, “Il mondo come volontà e rappresentazione”, il filosofo descrive la realtà come manifestazione di una cieca “volontà di vivere”, una forza irrazionale e incontentabile, produce nell’uomo insoddisfazione e alienazione permanente.

Eredità delle Upaniṣad e del Buddhismo è l’idea che il mondo sia pura rappresentazione, apparenza destinata alla sofferenza. Per Schopenhauer, la “volontà” non conduce all’emancipazione o al progresso, ma a un ciclo ininterrotto di bisogni, desideri, delusioni. Il presente, privato di valore, è la ripetizione ossessiva della volontà insoddisfatta.

Di qui la proposta: spegnere la volontà, ritornare al nulla mediante l’arte (sospensione temporanea del volere), la morale (compassione) e infine l’ascesi (rinuncia totale). La liberazione si ottiene non tramite il vivere intensamente il presente, ma tramite l’abbandono di ogni attaccamento a esso: “La vita è un pendolo che oscilla tra la noia e il dolore”, scrive Schopenhauer, e solo lo spegnimento dei desideri ci libera dalla catena.

Illuminante, da questo punto di vista, la cultura del monachesimo indiano e buddhista, dove il distacco permette il nirvana: la realtà si dissolve nell’indifferenza, la soggettività si spegne, il presente si lascia alle spalle senza rimpianti.

Nietzsche e la risposta greca

Nietzsche insorge proprio contro questa “filosofia della negazione”, e propone il ritorno a ciò che definisce “lo spirito libero della grecità”. La sua opera è una celebrazione della vitalità, dell’affermazione gioiosa ed eroica dell’essere nel mondo, senza alcuna illusione ultraterrena.

Nietzsche recupera il concetto di amor fati: amare il proprio destino fino in fondo, accettando e volendo ciò che accade, senza selezionare o rifiutare. L’eterno ritorno, una delle sue più affascinanti provocazioni concettuali, mette il presente al centro: ogni istante deve essere vissuto come se dovesse ripetersi all’infinito, portando così il soggetto a una radicale responsabilizzazione. La “volontà di potenza” non è altro che la forza creativa — estetica, morale, esistenziale — con cui l’individuo, e l’umanità intera, plasmano il senso del presente in assenza di ancore assolute.

La negazione di categorie cristiane di colpa, redenzione e attesa escatologica innerva tutto il pensiero nietzscheano, richiamando direttamente la matrice pre-cristiana. Dove Schopenhauer vede dolore universale, Nietzsche intravede possibilità di espansione e gioia. Il presente, pur inscritto nella finitudine, diventa così la sede della potenza creatrice: “Diventa ciò che sei”, scriveva Pindaro e ripete Nietzsche.

Il tono del filosofo tedesco è quello della “musica solare”: la vita non va negata né svalutata, ma esaltata, anche nei suoi aspetti tragici, come in Eschilo o Sofocle. Si tratta di un’energia che può trovare un parallelo, in Italia, nella poesia leopardiana dell’accettazione coraggiosa della natura indifferente.

Parte quarta: considerazioni storico-culturali e più ampie

La proiezione dell’anima tedesca

Non possiamo comprendere appieno questi due pensatori senza tener conto del “clima mentale” della Germania di inizio Ottocento. La traumatica crisi del “Sacro Romano Impero”, la delusione post-napoleonica, l’incapacità di concepire la modernità secondo i canoni razionalistici francesi, spingono la cultura tedesca a cercare autenticità e ritrovare un’“energia solare” densa di pathos.

Nietzsche idealizza la grecità, ne fa una matrice di rinnovamento contro il pessimismo di Schopenhauer, e in parte questa lettura è selettiva: la Grecia classica non fu solo vitalismo, ma anche consapevole malinconia (come si vede nell’epinicio di Simonide o nell’Antigone di Sofocle). Tuttavia la sua operazione svela un’esigenza storica: riabilitare il presente come valore in sé, emancipare l’uomo europeo dalle catene della colpa e della rassegnazione.

Schopenhauer risponde invece al trauma moderno con il ripiegamento; la sua attenzione per l’Oriente è un tentativo di trovare un’altra via di salvezza, esterna rispetto al cristianesimo, ma ugualmente distante dalla celebrazione della vita.

Riflessioni sul ruolo della filosofia oggi

Oggi che la secolarizzazione è divenuta globale, e che il pluralismo delle voci è cresciuto fino al parossismo, le domande poste da Schopenhauer e Nietzsche tornano con rinnovata urgenza: ha ancora senso vivere il presente (e come)? E se sì, con quale filosofia, con quale consapevolezza, con quale coraggio?

Molti studenti delle scuole italiane, specialmente negli ultimi anni, avvertono il peso di questa questione: tra la tentazione dello “spegnimento” (apatia, nichilismo, fuga nei surrogati digitali) e l’anelito verso una vita piena, impegnata nella cultura, nell’arte, nel pensiero. Nella realtà odierna, né la pura rinuncia né la cieca affermazione appaiono completamente soddisfacenti, ma il dialogo tra le due può offrire una mappa per orientarsi, stimolando una riflessione critica sul senso della nostra contemporaneità.

Conclusione

Il confronto tra Schopenhauer e Nietzsche, radicato nelle antiche sapienze orientali e nella tradizione tragico-greca, ci restituisce la profondità del problema del presente nel mondo desacralizzato. Riflettere su queste due visioni significa comprendere meglio i dilemmi della modernità europea, in particolare nel suo cuore tedesco, ma anche scoprire risorse preziose per la ricerca di senso oggi.

Da una parte, l’eredità di Schopenhauer ci consegna la lezione della rinuncia e del distacco, la capacità di non essere travolti dagli inganni e dalle delusioni dell’esistenza, insegnandoci la pazienza e la compassione. Dall’altra, Nietzsche ci propone l’accettazione creativa e solare della vita, la gioiosa responsabilità del presente, la necessità di non eludere il destino, ma di trasformarlo in arte e in azione.

Entrambe le risposte sono essenziali: senza la lucidità del distacco schopenhaueriano rischiamo la disperazione cieca; senza l’energia nietzscheana perdiamo la speranza di un senso in questo stesso mondo.

Per questo, è auspicabile che ognuno di noi, studente o adulto, approfondisca entrambe le tradizioni: solo così potremo sviluppare una visione più consapevole, più coraggiosa e più autentica del nostro presente e del nostro stesso essere uomini e donne nel tempo della crisi.

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Bibliografia essenziale per approfondire: - A. Schopenhauer, “Il mondo come volontà e rappresentazione” - F. Nietzsche, “La nascita della tragedia”, “Così parlò Zarathustra” - Upaniṣad indiane e canoni buddhisti - Eschilo, “Orestea”; Sofocle, “Edipo re” - G. Leopardi, “Zibaldone”

*Nell’attesa che nuove crisi e nuove sintesi rinnovino il volto della nostra cultura, il problema del presente rimane il cuore segreto, “trepido e generoso”, della nostra identità europea.*

Domande di esempio

Le risposte sono state preparate dal nostro insegnante

Qual è il senso della crisi culturale dell’Ottocento secondo Schopenhauer e Nietzsche?

La crisi culturale ottocentesca rappresenta la perdita di certezze religiose e metafisiche, cui Schopenhauer risponde con distacco ascetico e Nietzsche con l’affermazione creativa della vita.

Cosa pensa Schopenhauer del presente nella crisi culturale ottocentesca?

Schopenhauer vede il presente come dolore continuo e illusorio, da cui liberarsi attraverso il distacco dai desideri, ispirandosi alle filosofie orientali come il Buddhismo.

Quale ruolo ha la filosofia greca per Nietzsche nella crisi culturale dell’Ottocento?

Nietzsche recupera la filosofia greca come modello di accettazione coraggiosa e creativa del presente, esaltando la vita senza illusioni ultraterrene.

In cosa differiscono Schopenhauer e Nietzsche di fronte alla crisi culturale ottocentesca?

Schopenhauer propone la rinuncia al presente, Nietzsche invece invita ad affermarlo e a viverlo pienamente attraverso la volontà di potenza e l’amor fati.

Perché il confronto tra Schopenhauer e Nietzsche è importante per capire la crisi culturale dell’Ottocento?

Il confronto chiarisce due risposte opposte alla perdita dei valori tradizionali: la fuga dal presente e il suo rinnovamento creativo, offrendo strumenti per riflettere sulla modernità.

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