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Aggiornamenti sulle occupazioni nelle scuole superiori italiane

approveQuesto lavoro è stato verificato dal nostro insegnante: 15.01.2026 alle 19:39

Tipologia dell'esercizio: Tema

Riepilogo:

Le occupazioni scolastiche esprimono il disagio studentesco e la richiesta di una scuola migliore; Roma è l’epicentro di questo movimento.

News occupazione scuola: aggiornamento dalle città

Introduzione

Negli ultimi anni, le scuole italiane sono state attraversate da un notevole fermento: le occupazioni degli istituti superiori si sono moltiplicate, diventando uno dei segni più evidenti del disagio giovanile e della volontà degli studenti di rendersi protagonisti e non semplici spettatori dei propri percorsi formativi. Ma cosa si intende davvero per "occupazione" di una scuola? Si tratta di una pratica di protesta, spesso autorganizzata dagli studenti, che consiste nell’entrare in possesso, in modo pacifico ma deciso, degli spazi scolastici interrompendo le normali attività didattiche e dando vita a momenti di autogestione: assemblee, laboratori, incontri su temi sociali e politici.

Dall’ottobre 2021 questo fenomeno ha vissuto un’impennata: complice il ritorno tra i banchi dopo la lunga parentesi della didattica a distanza e le difficoltà strutturali rese ancora più evidenti dalla pandemia, i ragazzi e le ragazze di molte città italiane hanno scelto l’occupazione come strumento per farsi ascoltare. Le radici storiche di simili proteste affondano già nella seconda metà del Novecento – basti pensare all’“autunno caldo” e ai moti studenteschi degli anni ‘60 e ‘70 – ma oggi il contesto è nuovo: una scuola spesso inadeguata, segnata da classi troppo numerose, edilizia fatiscente e una diffusa percezione di abbandono istituzionale.

L’obiettivo di questo elaborato è quindi fornire un aggiornamento dettagliato sulle ultime occupazioni nelle scuole italiane, con particolare attenzione ai casi di Roma, Torino e Pisa, e analizzare le motivazioni, le modalità e le richieste che animano questa forma di protesta. Attraverso esempi concreti e riflessioni critiche, si cercherà di comprendere il significato e l’impatto sociale del fenomeno, offrendo uno sguardo attento alla prospettiva dei giovani protagonisti.

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I. Il fenomeno delle occupazioni scolastiche in Italia

L’autunno 2021 ha visto moltiplicarsi le occupazioni scolastiche in diverse città d’Italia, una tendenza che si è mantenuta anche nei mesi successivi. Dietro questo ritorno alle forme tradizionali di protesta si nascondono ragioni profonde e complesse, che intrecciano questioni pragmatiche e ideali.

Tra le motivazioni principali spiccano i problemi infrastrutturali: in molte scuole, specie nei grandi centri urbani, i termosifoni vengono tenuti spenti per risparmiare, facendo patire il freddo agli studenti nelle mattine d’inverno; frequenti sono le segnalazioni di aule fatiscenti, con muri scrostati e infiltrazioni d’acqua che mettono a rischio la sicurezza. Emblematico, a questo proposito, il caso del Liceo Virgilio di Roma, dove gli studenti hanno denunciato pubblicamente la presenza di muffa e l’assenza di manutenzione da anni.

Non meno serio è il tema delle carenze educative. La pandemia ha accentuato il problema dell’abbandono scolastico, un fenomeno che in Italia già prima del Covid registrava cifre allarmanti nel Mezzogiorno ma che oggi si estende a tutta la penisola, colpendo soprattutto le fasce sociali più deboli. Le proteste chiedono misure concrete per rendere la scuola più aperta, inclusiva, e per valorizzare il benessere psicologico degli alunni: dalla gratuità dei libri di testo a orari più flessibili, dalla presenza costante di sportelli di ascolto psicologico fino all’eliminazione delle classi pollaio.

Non va dimenticato il coinvolgimento di docenti e personale scolastico. In molti casi, queste categorie hanno mostrato solidarietà verso gli studenti, partecipando alle assemblee o, quantomeno, non condannando apertamente le occupazioni, riconoscendo la legittimità delle richieste. Ne nasce, così, un fronte comune che, da Nord a Sud, chiede nuovi investimenti pubblici affinché la scuola torni ad essere – riprendendo le parole dell’articolo 34 della Costituzione – “aperta a tutti”.

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II. Focus: Roma, epicentro delle occupazioni scolastiche

Se c’è una città che rappresenta il cuore pulsante delle occupazioni scolastiche in Italia, questa è indubbiamente Roma. A partire da ottobre 2021, il calendario degli istituti occupati nella Capitale è fitto e testimonia quanto sia sentito il clima di protesta tra i giovani romani.

Ecco un elenco dettagliato delle occupazioni più significative con le relative date: - Liceo Artistico Ripetta: occupato il 20 ottobre; - Cine-tv Rossellini di via Libetta: occupazione durata 5 notti; - Liceo Pilo Albertelli: dal 12 ottobre, 4 notti; - Liceo Manara: occupato fino al 29 ottobre; - Liceo Virgilio: 6 notti di protesta; - Liceo Visconti: occupazione il 7 e 8 novembre; - Liceo Tasso: occupato il 16 novembre.

Il movimento non si è arrestato verso fine novembre, con nuove occupazioni: - 22 novembre: quattro licei di Montesacro (Orazio, Aristofane, Archimede-Pacinotti, Nomentano) hanno dato vita a una protesta congiunta; - Liceo Vittoria Colonna al Rione Regola; - 23 novembre: Liceo Morgagni, Macchiavelli di via Sabelli e il Newton all’Esquilino sono stati occupati quasi in simultanea; - 29 novembre: è toccato al Liceo Cavour.

A dare voce agli studenti romani è spesso la Rete degli Studenti Medi che, in un comunicato, ha dichiarato: «Dietro queste mobilitazioni c’è un malessere profondo, fatto di insicurezza e stanchezza. Chiediamo assemblee in presenza, diritto alla ricreazione e orari più umani». Le richieste, infatti, non sono generiche, ma precise e articolate: spazi dove potersi confrontare liberamente, investimenti nell’edilizia scolastica e nella salute mentale, diritto a una scuola che non sia semplice luogo di trasmissione di conoscenze ma spazio di crescita civile. Centrale è poi la domanda di una linea diretta di dialogo con il Ministero dell’Istruzione: i ragazzi vogliono essere ascoltati, non delegare più a nessuno la voce delle proprie esigenze.

Sul piano simbolico, il fatto che tante scuole di Roma – e tra queste licei storici come il Visconti, il Virgilio o il Tasso, da sempre laboratori di fermento intellettuale – siano diventate teatro delle occupazioni, accresce il significato di tale fenomeno, rendendo la Capitale un punto di riferimento nazionale. La reazione delle istituzioni è stata perlopiù improntata alla cautela: le autorità locali hanno spesso richiamato al rispetto delle regole, ma non sono mancati momenti di apertura al dialogo.

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III. Altre città: Torino e Pisa

Se Roma è l’epicentro indiscusso, altre città offrono un panorama diversificato. A Torino, due scuole si sono distinte per l’occupazione: il Regina Margherita di via Casana e il Copernico Luxemburg. Anche qui le motivazioni sono simili: strutture vecchie, carenza di servizi basilari e un crescente senso di isolamento tra gli studenti. Torino vive, tuttavia, una situazione un po’ diversa da quella romana: il coinvolgimento studentesco sembra meno diffuso, ma comunque significativo.

A Pisa, invece, si sono registrati tentativi di occupazione non andati a buon fine: al Liceo Benedetto Croce, al Galilei, all’istituto Santoni e al plesso Gambacorti ci sono stati degli abbozzi di protesta, ma, complici i rapidi interventi della dirigenza e forse una minore coesione del gruppo studentesco, nessuna occupazione è diventata effettiva. Questo dato apre a riflessioni sulle differenze territoriali in Italia: mentre nel centro e sud – e nelle grandi città – la cultura della protesta è più radicata, nel nord e nei centri medi il coinvolgimento può essere più frammentato, anche se non meno sentito.

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IV. Come funzionano occupazione e autogestione

È importante distinguere tra occupazione e autogestione, due modalità spesso confuse ma con differenze rilevanti. L’occupazione consiste nel prendere possesso della scuola interrompendo le lezioni e impedendo l’accesso a chi non aderisce alla protesta; è un atto di rottura forte, che mira a riequilibrare il dialogo tra studenti e istituzioni. L’autogestione, invece, può avvenire anche senza l’effettivo blocco dell’edificio: gli studenti organizzano autonomamente le attività didattiche alternative, in accordo – o almeno senza forte opposizione – con docenti e presidi.

Durante le occupazioni, l’organizzazione interna è fondamentale. Gli studenti si dividono ruoli: portavoce che comunicano con i media, gruppi di gestione della sicurezza, responsabili della pulizia, e referenti che si occupano degli aspetti culturali (organizzazione di corsi, dibattiti, cineforum serali…). Questi momenti sono vissuti anche come laboratorio di democrazia partecipata: spesso le giornate iniziano con un’assemblea generale in cui si discutono problemi e priorità. L’offerta formativa alternativa comprende corsi di educazione civica, presentazioni di libri, incontri sulla Costituzione (spesso vengono letti e commentati articoli fondamentali, come il 33 e il 34), laboratori di teatro o di musica, e momenti di riflessione collettiva.

Tuttavia, i rischi non mancano. Nel caso di occupazioni non autorizzate, sono possibili sanzioni disciplinari fino alla sospensione o all’esclusione dallo scrutinio. In alcuni casi, l’intervento delle forze dell’ordine può portare a sgomberi forzati. Non va poi sottovalutato il rischio per la sicurezza: molte scuole hanno problemi strutturali irrisolti, e l’occupazione rischia di aggravare situazioni precarie.

Per una gestione corretta, la letteratura delle proteste studentesche invita sempre al dialogo con la dirigenza, al rispetto delle norme di sicurezza e all’autodisciplina. Gli studenti sanno che l’occupazione non può essere fine a sé stessa: la protesta ha valore solo se nasce da esigenze condivise e vissute responsabilmente.

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V. Analisi critica delle occupazioni come strumento di protesta

Le occupazioni scolastiche possono essere uno strumento efficace di pressione sulle istituzioni: attirano attenzione mediatica (ogni anno, i principali quotidiani italiani dedicano numerose pagine all’argomento) e spingono il Ministero ad aprire tavoli di confronto. Tuttavia, non sempre tutte le richieste possono essere esaudite con rapidità; spesso, la burocrazia rallenta i processi decisionali e i limiti di bilancio impongono scelte dolorose.

Dal punto di vista degli studenti, le occupazioni possiedono anche un alto valore educativo: favoriscono il senso critico, la capacità di organizzarsi, il confronto democratico. Al tempo stesso, però, portano con sé dei rischi: la mancata frequenza, se prolungata, può incidere sulla preparazione didattica e talvolta accentuare situazioni di disagio individuale, soprattutto se non si riesce a riprendere un dialogo costruttivo con la scuola e le famiglie.

Il ruolo del governo e del Ministero è quindi centrale: le politiche scolastiche devono essere pragmatiche, capaci di investire su strutture, servizi psicologici, revisioni degli orari e del sistema di valutazione. Occorre ascoltare chi vive la scuola ogni giorno, favorendo progetti di consultazione attiva e aprendo alla sperimentazione (come già accaduto nel passato con le “150 ore” di studi e lavoro).

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Conclusione

In conclusione, il fenomeno delle occupazioni scolastiche in Italia è frutto di molteplici fattori: disagio diffuso, carenze strutturali, insoddisfazione per le condizioni educative. Roma si conferma l’epicentro di questo movimento, ma analoghe proteste – con maggiori o minori risultati – si riscontrano anche in città come Torino e Pisa, a riprova che le questioni sollevate sono trasversali al Paese ma assumono connotati diversi a seconda dei contesti.

Il futuro delle proteste studentesche dipende dalla capacità delle istituzioni di mettersi in ascolto e rispondere con tempestività e serietà alle richieste: solo il dialogo può evitare una radicalizzazione del conflitto e trasformare le occupazioni da momento di rottura a occasione di vero rinnovamento. Dal mio punto di vista, queste proteste sono un segnale da non sottovalutare, un grido che chiede attenzione e che obbliga tutti noi – cittadini, genitori, educatori – a ripensare la scuola come bene comune, da difendere e migliorare insieme.

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Appendice (Consigli per la redazione dell’elaborato)

- Utilizzare sempre un linguaggio chiaro, evitando giudizi sommari e privilegiando la descrizione oggettiva dei fatti. - Citare direttamente dichiarazioni di reti studentesche o manifesti, come nel caso della Rete degli Studenti Medi. - Collegare sempre fatti concreti (es. scuole occupate, problemi strutturali) a riflessioni generali, mantenendo coerenza tra le sezioni. - Strutturare con attenzione i paragrafi, inserendo transizioni fluide e mantenendo uno stile che agevoli la lettura, senza rinunciare alla profondità critica. - Ricordare che l’occupazione, come atto collettivo, va letta nel contesto sociale e non come semplice infrazione, ma come grido di richiesta di ascolto.

Così si può affrontare, con serietà e partecipazione, uno dei fenomeni più significativi della scuola italiana degli ultimi anni.

Domande di esempio

Le risposte sono state preparate dal nostro insegnante

Cosa sono le occupazioni nelle scuole superiori italiane?

Le occupazioni nelle scuole superiori italiane sono forme di protesta pacifica in cui gli studenti prendono possesso degli spazi scolastici, sospendendo le lezioni per autogestire attività di dibattito e formazione alternativa.

Quali sono le principali cause delle occupazioni nelle scuole superiori italiane?

Le principali cause includono carenze infrastrutturali, classi sovraffollate, disagi psicologici, richiesta di maggior dialogo istituzionale e aspirazioni a una scuola più aperta e inclusiva.

Quali aggiornamenti recenti ci sono sulle occupazioni nelle scuole superiori italiane?

Dal 2021 c'è stata una forte ripresa delle occupazioni soprattutto a Roma, ma anche a Torino e Pisa, con proteste organizzate per evidenziare problemi strutturali ed educativi nelle scuole.

Quali differenze ci sono tra occupazione e autogestione nelle scuole superiori italiane?

L'occupazione prevede il blocco completo della scuola e delle lezioni, mentre l'autogestione comporta l'organizzazione autonoma di attività alternative dagli studenti, spesso con il consenso dei docenti.

Qual è l'impatto sociale delle occupazioni nelle scuole superiori italiane?

Le occupazioni sensibilizzano sulle problematiche scolastiche, rafforzano il senso civico e la partecipazione democratica, ma possono comportare rischi per la didattica e necessitano di dialogo costruttivo con le istituzioni.

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