L'immaginario racconto in prima persona della sorellina di 8 anni dell'Arminuta: avventure, dialoghi e monologo interiore
Questo lavoro è stato verificato dal nostro insegnante: l'altro ieri alle 9:22
Tipologia dell'esercizio: Tema
Aggiunto: 5.02.2026 alle 14:35
Riepilogo:
Scopri il racconto in prima persona della sorellina dell'Arminuta: avventure, dialoghi e monologo interiore che aiutano a comprendere emozioni e cambiamenti.
Quando l'arminuta è tornata nella nostra casa, tutto è cambiato. Papà e Mamma non parlavano molto di lei quando non c'era, dicevano solo che era stata mandata via per il suo bene. Ma io avevo sentito le loro discussioni accese, le voci si alzavano tanto che mi svegliavano nel cuore della notte.
La prima volta che ho visto l'arminuta, l'ho trovata diversa da come l'avevo immaginata. Era magra, con i capelli scuri e gli occhi grandi che sembravano sempre in allerta. Non somigliava affatto alle bambole con cui giocavo. La chiamavano Arminuta, che significa "la ritornata". Ma cosa voleva dire esattamente?
Una sera, mentre eravamo sedute a tavola, papà disse bruscamente: "Bisogna abituarsi alla nuova vita." L'arminuta non rispose, ma il suo sguardo si abbassò sul piatto. Io, piccola, non capivo perché fosse tornata e perché tutto fosse diverso. "Perché ci guardi così?" le chiesi una volta, ma lei non rispose. Era come se fossimo due mondi separati.
Avevamo un’abitudine ogni sera. Mamma mi metteva a letto e mi raccontava una fiaba. Ma ora Mamma spesso era troppo occupata con l'arminuta. Mi ritrovavo sola nella stanza, con la luce soffusa che proiettava ombre sulle pareti. In quelle notti bugiarde, il mio piccolo cuore batteva forte, pieno di paura e domande senza risposta.
Un giorno, mi capitò di ascoltare una conversazione tra papà e Mamma. "Non possiamo continuare così", diceva papà. "La bambina ha bisogno di adattarsi." Mamma, con voce stanca, rispose: "È difficile per tutti noi. Ma soprattutto per lei."
Poco a poco, cominciai a cercare di avvicinarmi all'arminuta. La osservavo nei pochi momenti in cui riusciva a rilassarsi, quando creava piccole figure di carta o scriveva sul suo quaderno. "Cosa stai facendo?" le chiesi una volta, con voce timida. "Sto cercando di ricordare", rispose senza guardarmi. "Ricordare cosa?" domandai. Questa volta mi guardò, e nei suoi occhi vidi una tristezza profonda. "Ricordare chi sono."
Una notte, fui svegliata da un rumore. Era l'arminuta che piangeva. Mi avvicinai piano piano al suo letto e le presi la mano. Lei non ritirò la mano, ma continuò a piangere in silenzio. "Non piangere", sussurrai. "Sono qui." Non disse niente, ma quel semplice gesto sembrava aver spezzato un po' del muro tra di noi.
I giorni passavano e l'inverno si avvicinava. Una mattina, mentre nevicava, l'arminuta mi chiese di uscire a giocare. Era la prima volta che mi chiedeva qualcosa. Mentre facevamo palle di neve e ridevamo, per un momento mi sembrava che tutto fosse normale.
Quella sera, eravamo tutte e due esauste. Dopo cena, mi avvicinai a lei con il mio libro di fiabe. "Vuoi che ti legga una storia?" le chiesi timidamente. Lei mi guardò sorpresa, poi annuì. Cominciai a leggere la storia del piccolo principe, una delle mie preferite. L'arminuta ascoltava attentamente e, mentre le parole fluivano, sembrava che quel mondo di fiabe e stelle lontane ci stesse avvicinando.
Col tempo, iniziai a notare piccoli cambiamenti. L'arminuta parlava di più, iniziava a sorridere qualche volta. Una sera, mentre eravamo sedute sul divano, mi chiese: "Ti mancano i tempi prima che tornassi?" La sua domanda mi colse di sorpresa. "Non lo so", risposi sinceramente. "Ma sono felice che tu sia qui ora." Lei abbozzò un sorriso timido e mi abbracciò. In quel momento, capii che anche lei aveva bisogno di me, tanto quanto io di lei.
Le giornate passavano e, fra i nostri giochi e le nostre storie, l'arminuta e io diventammo sempre più inseparabili. Papà e Mamma sembravano più sereni, forse perché stavamo riuscendo a costruire una nuova normalità. Una notte, mentre guardavo il cielo stellato dalla finestra della nostra stanza, sentii l'arminuta avvicinarsi. "Sai", disse con voce dolce, "anche le stelle lontane possono illuminare il buio." Annuì, stringendomi a lei. In quel momento, sentii che, nonostante tutte le paure e i cambiamenti, c'era una luce dentro di noi che non si sarebbe mai spenta.
La nostra storia non era una fiaba con un finale perfetto, ma aveva la forza di una famiglia unita. E, forse, l'importante non era tanto dove eravamo, ma con chi eravamo. E io ero con lei, l'arminuta, la mia sorella ritornata, a illuminare le notti buie della nostra infanzia.
Vota:
Accedi per poter valutare il lavoro.
Accedi