Un tramonto a Puerto Escondido: riflessioni sull'autostop e il viaggio come stile di vita
Questo lavoro è stato verificato dal nostro insegnante: 20.01.2026 alle 17:50
Tipologia dell'esercizio: Tema
Aggiunto: 17.01.2026 alle 11:26
Riepilogo:
Scopri il valore dell’autostop come stile di vita e riflessioni sul viaggio attraverso un tramonto a Puerto Escondido, ispirando libertà e avventura. 🌅
Quando il sole si è tuffato dietro l'orizzonte del Pacifico, tingendo il cielo di sfumature dorate e arancioni, sulla spiaggia di Puerto Escondido si è creata un'atmosfera quasi magica. La sabbia, ancora calda diurna, si è riempita del fruscio dell'oceano e di qualche rara risata che fluttuava nell'aria, mentre io mi sono concesso il lusso di abbassare la guardia e lasciare che la mia mente vagasse. Seduto tra le dune illuminate dalla fioca luce delle stelle, ho ripreso a riflettere su un tema per me importante: l’autostop.
L’autostop non era solo un metodo di viaggio per me, ma un vero e proprio stile di vita, qualcosa che costituiva parte essenziale del mio essere. La sua essenza affondava le radici nei racconti epici di mio padre. Da giovane, alla fine degli anni '60 e all'inizio degli anni '70, aveva attraversato il sud dell'Europa con il pollice alzato, accompagnato solo da una valigia di sogni e una fiducia incrollabile nell'umanità. La sua era una generazione segnato dal fermento di ideali e dalla ricerca spasmodica di libertà: Parigi scalpitava sotto i piedi febbricitanti del '68, la contestazione studentesca e le forti pulsioni sociali dilagavano come un incendio tra rivolte e occupazioni in Italia. Erano anni che trasudavano energia e paura, ma anche un profondo desiderio di libertà.
I racconti di mio padre erano un mosaico di incontri casuali, avventure notturne in locande dimenticate e panorami mozzafiato goduti dal sedile di una vecchia Citroën DS. Ricordo in particolare un viaggio che lui amava raccontare: un passaggio con una giovane scrittrice francese da Montecarlo a Parigi. Nel suo racconto, la strada si animava di dialoghi vivaci, di scoperte su sé stessi e di paesaggi che cambiavano come scenografie teatrali. Tramite quegli incontri, mio padre aveva imparato a conoscere il mosaico umano che componeva l’Europa di quell’epoca.
Ma quell’epoca non era affatto priva di pericoli. La contestazione politica era all’apice, i servizi segreti italiani sviluppavano le prime strategie di controllo sociale, anticipando quella che sarebbe poi stata chiamata la "strategia della tensione". Un periodo ambiguo, un limbo tra libertà e oppressione, che spesso sfociava in tensioni violente, rendendo ogni viaggio un’odissea tra possibilità e rischi.
Viaggiare in autostop, riflettevo tra me e me, era molto più di un modo economico per spostarsi. Era un esercizio di fiducia nell’umanità stesso; l’incontro tra due vite che, siano esse parallele o divergent, si incrociano in un istante per qualche chilometro di strada condivisa. Ogni autostoppista e ogni automobilista che decideva di fermarsi avevano storie, speranze e timori che, per un breve momento, diventavano un’unica narrazione. L’autostop era l’incarnazione dell’imprevisto, dell’avventura pura che si alimenta dell’incontro con il prossimo.
Ricordavo ancora la prima volta che lo praticai. Le mani tremavano mentre alzavo il pollice lungo una strada polverosa all’alba, e la tensione si sciolse solo quando un vecchio pick-up si fermò davanti a me. Il viaggio fu breve, ma bastò quell’incontro col conducente, un pescatore che mi parlò del mare e delle sue sfide, per capire che viaggiare in autostop significava molto di più che semplicemente spostarsi da un punto A a un punto B.
Quello stile di viaggio si adattava e si rafforzava dentro di me ogni volta che decidevo di partire senza itinerario definito. Non era solo il brivido dell’incertezza che rendeva l’autostop affascinante, ma anche la dimensione umana che ne stava alla base: la fiducia incondizionata che il prossimo avrebbe potuto sorprendermi in modo positivo, la possibilità di stringere legami che, anche se effimeri, lasciavano un segno indelebile.
Ora, riflettendo sotto quel cielo carico di promesse a Puerto Escondido, pensavo a quanto l’autostop mi avesse insegnato. Ogni viaggio era un capitolo nuovo di un libro che si scriveva da sé, una collezione di voci e volti che, uniti, formavano una narrazione di vita autentica. Sapevo che mio padre aveva lasciato in me un’eredità preziosa, una lezione di vita che trascendeva il semplice atto del viaggiare: la ricerca costante di libertà, l’abbandono consapevole nelle mani del destino e la profonda, irrinunciabile fede nell’umanità stessa.
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