Origine e significato del termine Neorealismo nel cinema e nella letteratura
Questo lavoro è stato verificato dal nostro insegnante: 14.01.2026 alle 21:14
Tipologia dell'esercizio: Tema
Aggiunto: 14.01.2026 alle 20:33

Riepilogo:
Il termine “Neorealismo” fu coniato da Luigi Russo per la letteratura e solo dopo esteso al cinema; divenne etichetta storica solo a posteriori.
Titolo: Chi ha chiamato “Neorealismo” il cinema e la letteratura della miseria?
---INTRODUZIONE
Quando oggi pronunciamo la parola “Neorealismo”, pensiamo subito a un’epoca ben precisa della cultura italiana: il Dopoguerra. Il termine evoca immagini dei quartieri popolari, delle campagne povere, dei bambini scalzi nei vicoli, della desolazione e della rinascita. È diventato sinonimo di un modo di raccontare l’Italia della miseria, della guerra e delle sue conseguenze, tanto al cinema quanto nella letteratura. L’importanza di questa parola e del concetto che rappresenta nella nostra cultura è incalcolabile: ancora oggi, rimane uno dei riferimenti principali per comprendere l’evoluzione artistica, sociale e civile del paese nel Novecento.Ma la domanda cruciale, solitamente trascurata, è: chi ha davvero inventato e definito per primo il termine “Neorealismo”? È sorprendente scoprire che né Rossellini né De Sica, né Moravia né Pratolini si definirono mai esplicitamente “neorealisti” agli inizi. Il termine, in fondo, nasce da una riflessione culturale che si svolge a più livelli e si cristallizza solo a posteriori come definizione condivisa di un insieme di tendenze e opere.
La mia tesi, che cercherò di dimostrare in questo saggio, è che il “Neorealismo” fu prima una parola d’ambiente letterario – coniata da una figura ben precisa, Luigi Russo – poi adottata dalla critica cinematografica fino a diventare, soltanto in seguito, un’etichetta collettiva per un movimento umano e artistico di portata storica. Per comprenderne il significato profondo, è indispensabile esplorarne le origini, vedere come si sia declinato nel cinema e nella letteratura, riflettere sulla natura del suo cosiddetto “realismo” e sulla dimensione postuma della definizione. In questo percorso, userò esempi e riferimenti che fanno ormai parte del nostro “canone” scolastico e culturale.
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1. ORIGINI DEL TERMINE NEOREALISMO
Per capire come nasce la parola “Neorealismo”, occorre immergersi nell’Italia del 1943: un paese stremato dalla guerra, attraversato da una crisi non solo politica e militare, ma anche morale e culturale. I grandi sistemi ideologici del ventennio fascista crollano improvvisamente, lasciando spazio a una domanda inquieta di verità, autenticità, rappresentazione della realtà quotidiana. Scrittori e intellettuali si trovano di fronte al compito di raccontare, con nuovi strumenti e nuove sensibilità, la sofferenza e la speranza di un popolo alla ricerca di se stesso.È in questo scenario che Luigi Russo, uno dei più importanti critici letterari del tempo, utilizza il termine “neorealismo” in un suo scritto critico, attribuendolo ad alcuni protagonisti della narrativa italiana che, secondo lui, stanno elaborando una “nuova sensibilità narrativa” profondamente ancorata alla realtà sociale. Russo rivendica la nascita di un atteggiamento inedito verso i temi della povertà, dell’esclusione, del dolore: non più letteratura d’élite o d’intrattenimento, ma una scrittura che vuole “avvicinarsi al vero”.
Un passaggio emblematico dei suoi scritti recita: «C’è un nuovo realismo che non si limita a registrare, ma tende a rivelare e denunciare: un neorealismo più umano, più partecipe, più sociale.» In questa definizione, il termine non ha ancora niente a che vedere col cinema. Indica invece la volontà di rottura col passato letterario: lasciarsi alle spalle i manierismi del romanzo borghese o la fuga nell’estetismo, per dare voce, senza veli, all’Italia vera.
La forza di questa parola sta proprio nel suo rispecchiare un’Italia inedita: “neorealismo” è il tentativo collettivo di reinventare la narrazione, di rinegoziare i rapporti tra letteratura e società. Così, la crisi feroce del 1943 non genera solo disastro, ma apre la possibilità di una nuova fondazione narrativa. Alla luce di ciò, per uno studente italiano può essere interessante leggere i testi di Luigi Russo, analizzare il contesto del 1943, e capire come dietro una semplice etichetta si nascondano processi storici assai profondi.
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2. DAL CINEMA AL “NEOREALISMO” VERO E PROPRIO
Il passaggio dal neorealismo letterario a quello cinematografico avviene quasi naturalmente, ma con alcune svolte decisive. Il cinema del dopoguerra vive un momento di grande fermento: le sale devastate, le produzioni impoverite, le città sventrate costringono registi e sceneggiatori a cambiare modo di lavorare. Nasce così, quasi per necessità, il Neorealismo cinematografico.I film simbolo sono universalmente noti ma vale la pena ricordarli: “Roma città aperta” (1945) di Roberto Rossellini, girato fra le macerie vere, e “Ladri di biciclette” (1948) di Vittorio De Sica, che racconta la disperazione e la nobiltà della gente comune. In questi film, nulla è artefatto: le riprese avvengono fra rovine reali, si usano spesso attori non professionisti, i dialoghi sono essenziali ma fulminanti. L’obiettivo diventa mostrare l’Italia vera, al di là di ogni retorica o idealizzazione eroica.
A consolidare e diffondere l’etichetta di “neorealismo” sono in particolare le riviste specializzate – “Cinema”, “Bianco e Nero”, “Cinema Nuovo” – che iniziano a discutere e analizzare queste opere come facenti parte di un movimento omogeneo. Figure chiave nella costruzione della teoria del Neorealismo sono Umberto Barbaro (regista e teorico, che parla spesso di “pedagogia della realtà”), Guido Aristarco e soprattutto Cesare Zavattini, sceneggiatore e intellettuale fra i più influenti dell’epoca.
Zavattini in particolare sviluppa un’idea radicale di Neorealismo che non è semplice rappresentazione pietistica della miseria, ma impegno morale: “il cinema deve guardare in faccia la realtà senza veli, farsi strumento di conoscenza e di riscatto.” Nei suoi scritti teorici, invita a “far parlare le cose da sé, senza la mediazione degli schemi borghesi”, e sostiene che la vera rivoluzione del Neorealismo sia portare in primo piano le storie dei più deboli.
Per uno studente italiano, perdersi nei film citati – “Roma città aperta”, “Ladri di biciclette”, ma anche “Riso amaro” di Giuseppe De Santis o “Sciuscià” di De Sica – significa vedere letteralmente quella “nuova realtà” che la parola neorealismo cercava di battezzare. La lettura di un testo fondamentale come “Una, nessuna, centomila storie” di Zavattini aiuta a penetrare il senso etico della sua visione.
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3. IL DIBATTITO SUL “REALISMO” DEL NEOREALISMO
Il Neorealismo ha sollevato, da subito, un dibattito acceso sul significato stesso del “realismo” in arte. Non si tratta, come osservano tanti studiosi, di una riproduzione fotografica dei fatti, ma di un processo di selezione, di scelte narrative, di costruzione drammatica. In un passaggio famoso, De Sica confessa: “Anche ladri di biciclette, nonostante le apparenze, è un film molto scritto, pensato, quasi una favola morale.”Questa tensione tra documentazione e costruzione si riflette nella complessità dello sguardo neorealista: la miseria non è solo “bruttezza”, ma possibilità di riscatto, la disperazione diventa forza poetica, la quotidianità si trasforma in sfida etica e politica. Penso al finale di “Sciuscià”, dove la dignità dei personaggi è più forte della loro povertà, o alla dolcezza amara di “La ciociara”, che mostra quanto la sofferenza possa avvicinare le persone.
Il Neorealismo, si dice spesso, non è solo “cinema della miseria”: è anche poesia della realtà, apertura alla speranza, racconta la forza della solidarietà, la capacità di sognare nonostante tutto. Basti pensare a “Miracolo a Milano”, dove De Sica mescola elementi favolistici e reali per mostrare che la miseria può avere ancora uno spazio per il miracolo. In questo senso, il termine diventa quasi limitante, perché riduce una straordinaria ricchezza di intuizioni a un presunto “mimetismo del vero”.
Per gli insegnanti, un compito utile può essere quello di confrontare film veristi come “Ladri di biciclette” con opere più liriche o sperimentali: e si scopriranno tutti i paradossi e la forza del neorealismo inteso come “poetica del reale”. Riflettere su cosa significhi davvero “realismo” in letteratura e cinema serve a capire che non si tratta di documento neutro, ma di scelte e interpretazioni.
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4. UN’ETICHETTA ASSEGNATA A POSTERIORI
Ed eccoci a uno dei punti più delicati: il termine “Neorealismo”, come la maggior parte delle etichette artistiche, nasce a posteriori rispetto ai fenomeni che cerca di descrivere. È un fenomeno comune nella storia dell’arte: rivedere, razionalizzare, dare nome a esperienze vissute in modo disordinato dagli artisti. Non furono dunque Rossellini o De Sica a sentirsi “neorealisti”, ma la critica e la storiografia, quando guardarono all’indietro e cercarono di mettere ordine nel caos creativo.Così, il Neorealismo è diventato, solo dopo il consolidamento di decine di opere, un “marchio” riconosciuto a livello internazionale. Questo processo di etichettatura è visibile anche in altre correnti italiane: si pensi al “Futurismo”, chiamato tale da Marinetti solo dopo la pubblicazione dei suoi manifesti; oppure a “Realismo Magico”, termine letterario nato da un’esigenza di definizione nel secondo dopoguerra; o ancora al “Gotico”, usato inizialmente in senso dispregiativo.
Oggi, per noi, “Neorealismo” è sinonimo di cinema d’autore e di letteratura impegnata, di verità scomode, di moralità profonda: un termine quasi mitico, che indica non solo un’estetica, ma un’etica. Ironico, forse, pensare che nemmeno i protagonisti capirono davvero in quale rivoluzione culturale si trovavano di vivere: come i personaggi dei loro stessi film, anche l’etichetta di “neorealismo” nasce nel caos della storia e cerca faticosamente una direzione.
Per gli studenti, un buon esercizio può essere indagare altre “etichette nate dopo”, per comprendere quanto sia complesso racchiudere la realtà viva della cultura in semplici parole.
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5. CONCLUSIONI
In conclusione, la nascita del termine “Neorealismo” è tutt’altro che semplice: non fu una scelta volontaria dei protagonisti, ma il risultato di un processo sociale, storico, estetico e critico. Luigi Russo ne fu il primo utilizzatore in ambito letterario, la critica cinematografica lo rese celebre, ma la parola divenne universale solo successivamente, assumendo via via nuovi significati e risonanze.Questa vicenda ci insegna che ogni corrente artistica è, per sua natura, fluida e sfuggente: nessuna etichetta riesce mai a cogliere completamente le infinite sfaccettature di un’esperienza collettiva. Il Neorealismo, però, ha avuto una funzione cruciale: fu una “scuola di verità”, il tentativo disperato e coraggioso di raccontare un’Italia ferita, con gli occhi rivolti al futuro. Non era solo cinema o letteratura della miseria, ma volontà di riconciliazione e comprensione, strumento insostituibile per leggere la nostra storia.
Mi chiedo, in chiusura: serve davvero una parola per capire un movimento, o rischiamo, forse, di semplificare ciò che invece è profondo e plurale? E, soprattutto, quale valore ha il Neorealismo oggi, nella società delle immagini e della globalizzazione? Forse, la vera eredità del movimento è proprio il coraggio di guardare sempre la realtà “con occhi nuovi”, come suggeriva Luigi Russo.
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SEZIONE AGGIUNTIVA - PER APPROFONDIMENTI
Lo sapevi che…- Il termine “Gotico” nasce per definire, in origine, uno stile considerato barbaro rispetto al classicismo: solo dopo, divenne sinonimo di un genere letterario e architettonico raffinato. - Il “Realismo Magico” fu coniato dallo scrittore e critico Massimo Bontempelli per descrivere certe tendenze narrative italiane degli anni Venti e Trenta – e solo molto dopo fu adottato per descrivere autori come García Márquez, in Sudamerica. - Il celebre romanzo “Il Gattopardo” deve il suo titolo al blasone della famiglia Tomasi di Lampedusa: è solo il successo postumo che lo fa diventare paradigma di romanzo “storico”. - Il “Romanzo di formazione”, termine oggi scontato, è opera della storiografia letteraria del Novecento; così come l’etichetta “Ulisse” (Joyce) è densa di significati e riletture che si sono stratificate ben dopo la pubblicazione.
Rifletti: Anche il Neorealismo, dunque, è figlio di un processo di etichettatura teso a semplificare e comunemente affermare un fenomeno molto più profondo e complesso. Confrontare queste etichette con quella di Neorealismo può aiutare a capire l’importanza (e il pericolo) di dare nomi alle cose nella storia della cultura italiana.
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