Nel 1963, in Lettera ad una professoressa, don Lorenzo Milani scriveva: "L'operaio conosce 100 parole, il padrone 1000. Per questo è lui il padrone". Ti sembra che questa frase, scritta più di 100 anni dopo la stesura de I Promessi Sposi, sia adatta a...
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Tipologia dell'esercizio: Tema
Aggiunto: 18.11.2024 alle 21:20
Riepilogo:
La conoscenza e il linguaggio sono strumenti di potere: chi li padroneggia domina, come mostra don Abbondio nei "Promessi Sposi" e la frase di don Milani.
La frase scritta da don Lorenzo Milani nel 1963 in "Lettera a una professoressa" — "L'operaio conosce 100 parole, il padrone 100. Per questo è lui il padrone" — si presta a una riflessione articolata se rapportata al comportamento di don Abbondio nei confronti di Renzo nei "Promessi Sposi" di Alessandro Manzoni. Per comprendere appieno la pertinenza di questa affermazione nei confronti del personaggio manzoniano, è necessario esplorare il contesto storico e sociale in cui entrambi i testi sono stati prodotti, nonché il significato intrinseco delle parole prese in esame.
Ne "I Promessi Sposi", don Abbondio è un personaggio emblematico di un clero timoroso e opportunista, che cerca di mantenere la propria posizione e sicurezza personale di fronte alle minacce e pressioni dei potenti del tempo. L'episodio centrale che mette in luce tale atteggiamento è quello in cui don Abbondio, intimidito dai bravi di don Rodrigo, si rifiuta di celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia, dimostrando una sottomissione passiva alle prepotenze dei potenti. L'atteggiamento di don Abbondio può essere analizzato alla luce della frase di don Milani: il prete, nonostante la sua condizione clericale, si comporta da subalterno, sostanzialmente verso il "padrone" che, in questo caso, è rappresentato da don Rodrigo e dal sistema di potere oppressivo del periodo.
Se si considerano le parole come strumento di potere, don Abbondio ne conosce molte, ma non le utilizza per difendere il diritto e la giustizia. In questo contesto, don Milani sottolinea come la quantità di parole — e quindi di conoscenze — permetta a chi le possiede di esercitare un controllo sugli altri. Don Abbondio, conoscendo le "parole" della Chiesa e delle Sacre Scritture, non le usa per difendere i suoi parrocchiani, ma piuttosto si piega ai voleri di chi ha il potere terreno. Questo comportamento non è tanto un riflesso di ignoranza quanto di mancanza di volontà di opporsi al sistema oppressivo, mostrando come l'uso delle conoscenze e del linguaggio sia determinante nell'esercizio del potere.
Passando alla seconda parte della domanda, cioè la pertinenza e attualità della frase di don Milani nel contesto contemporaneo, risulta evidente che l'affermazione mantiene una solida valenza analitica. Nella società moderna, la disparità nella conoscenza e padronanza del linguaggio è ancora un fattore di divisione e di potere. Se nel contesto post-industriale e agricolo dell'Italia degli anni '60 il gap si esprimeva tra operai e padroni, oggi esso potrebbe esistere tra diversi gruppi sociali, economici e culturali. L'accesso all'istruzione, la capacità di comprendere e utilizzare le nuove forme di comunicazione digitale, e la competenza nel destreggiarsi tra normative complesse, sono tutti elementi che conferiscono un potere sostanziale a chi ha il privilegio di possederli.
La frase di don Milani, quindi, ci invita a riflettere su quanto l'istruzione e la padronanza del linguaggio non siano solo strumenti di conoscenza, ma vere e proprie chiavi per l'emancipazione e la sovranità personale. Per coloro che sono ancora privati di un’educazione adeguata o che hanno difficoltà nell'accesso a risorse culturali, l’asimmetria di potere permane. Pertanto, l'affermazione di don Milani continua a generare discussioni sul diritto universale all'istruzione e sull'importanza di combattere le diverse forme di analfabetismo che ancora oggi possono istituire barriere al progresso sociale ed economico.
In sintesi, il parallelismo tra don Abbondio e l'observatione odierna di don Milani evidenzia un comune denominatore: il linguaggio e la conoscenza non solo come strumenti di comunicazione, ma come mezzi di potere capaci di determinare rapporti di forza tra individui. L'attualità della frase risiede nella sua capacità di sottolineare come la posizione di chi detiene la conoscenza continui a essere una forte leva di dominio, incentivando una riflessione sulla necessità di politiche educative inclusive che permettano una vera e propria democratizzazione del sapere.
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