Saggio

Perché è difficile lasciare chi ci fa soffrire: un approfondimento psicologico

approveQuesto lavoro è stato verificato dal nostro insegnante: 15.01.2026 alle 20:06

Tipologia dell'esercizio: Saggio

Riepilogo:

Lasciare chi ci fa soffrire è difficile per paura della solitudine, attaccamento, senso di colpa e meccanismi psicologici profondi. Consapevolezza aiuta.

Perché è difficile lasciare una persona anche quando ci fa soffrire: uno sguardo nella psicologia dei legami umani

In ogni fase della vita, molti di noi si sono ritrovati, almeno una volta, a vivere una relazione che genera sofferenza. Sia che si tratti di rapporti d’amicizia, familiari o sentimentali, il momento in cui ci si rende conto che un legame fa più male che bene è spesso anche quello in cui si scopre quanto sia difficile porvi fine. Ma perché, nonostante ragione e cuore gridino che sarebbe meglio andare via, rimaniamo comunque ancorati a persone e situazioni che ci fanno soffrire? La risposta è inscritta nella complessità della natura umana e nei meccanismi psicologici che regolano, spesso inconsciamente, il nostro comportamento nelle relazioni. Questo saggio si propone di esplorare, attraverso una lente psicologica ma anche culturale e letteraria italiana, le ragioni profonde che rendono faticoso lasciare chi ci fa male, allo scopo di favorire maggiore consapevolezza nelle scelte affettive.

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1. Il paradosso umano: restare nonostante la sofferenza

Il fenomeno del “restare” anche dove c’è sofferenza, per quanto possa sembrare irrazionale, è tutt’altro che una rarità. Basta guardare la letteratura italiana per trovare infiniti esempi di relazioni tormentate, dalla passione tragica fra Paolo e Francesca nella “Divina Commedia” di Dante, fino ai romanzi novecenteschi, come “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo dove il protagonista resta legato a un matrimonio infelice. La radice di questo paradosso è profondamente umana: l’essere umano, spinto da una naturale paura della solitudine e dalla necessità ancestrale di appartenenza, predilige la continuità alla rottura anche quando quest’ultima sarebbe l’opzione più sana.

L’attaccamento ha avuto, in chiave evolutiva, una funzione fondamentale: tenere unita la famiglia o il gruppo garantiva protezione dai pericoli esterni. Così, la paura della perdita non è solo un sentimento, ma una reazione antica impressa nella nostra mente, che associa la separazione a una minaccia per la sopravvivenza. Studi neuroscientifici recenti hanno dimostrato che il cervello umano percepisce la fine di un legame affettivo come una ferita vera e propria, a volte simile a un dolore fisico, attivando le stesse aree coinvolte nella sofferenza corporea.

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2. Le basi neuroscientifiche della sofferenza da perdita affettiva

Per capire meglio la radice della sofferenza nel distacco, bisogna guardare dentro il nostro cervello. Quando viviamo una perdita affettiva, le aree limbiche, in particolare l’amigdala e l’ipotalamo, si attivano generando emozioni forti come l’ansia, la tristezza, la rabbia. La corteccia prefrontale, deputata alle funzioni di controllo e ragionamento, fatica spesso a sovrastare questi impulsi.

Le neuroscienze hanno riscontrato che nel cervello della persona che soffre per amore si osservano attivazioni simili a quelle del dolore fisico. Uno studio condotto dall’Università di Torino, per esempio, ha mostrato come il rifiuto o la separazione accendano le stesse aree attivate quando si subisce una scottatura o una ferita. Questo aiuta a spiegare perché molte persone, pur consapevoli della tossicità della relazione, rimangono bloccate dall’intensità del disagio emotivo. Il dolore del cuore lascia quindi tracce tangibili nella nostra biologia.

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3. La trappola cognitiva della “fallacia dei costi perduti”

Un altro meccanismo psicologico potente che ci tiene ancorati a legami dolorosi è la cosiddetta “fallacia dei costi perduti”. In parole semplici, la mente ci inganna facendoci credere che, avendo speso tempo, energie ed emozioni in una relazione, sarebbe uno spreco interromperla: come una persona che continua a riparare una vecchia auto pensando ai soldi già investiti, invece di comprarne una nuova.

Questa dinamica non è esclusiva dell’amore: la ritroviamo nei lavori che non soddisfano più, in hobby che non ci stimolano, persino nella scelta degli studi universitari. In ambito affettivo, però, questa fallacia si potenzia grazie alla profondità dell’investimento emotivo e alla difficoltà ad accettare il fallimento di un progetto condiviso. Il celebre esperimento della psicologa Catherine Blumer, citato spesso nelle università italiane di psicologia, dimostra che le persone tendono a perseverare nelle scelte sbagliate, pur di non “buttare” ciò che hanno già investito.

In più, l’avversione alla perdita – cioè il dolore di perdere qualcosa che si possiede già – è in genere più intenso della gioia di ottenere qualcosa di nuovo. Questo rende quasi impossibile, in certi casi, accettare la separazione, soprattutto se si pensa a tutto ciò che si “lascia indietro”, invece che a ciò che si potrebbe guadagnare.

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4. La dissonanza cognitiva nelle relazioni dolorose

La “dissonanza cognitiva” è una tensione mentale che nasce dal conflitto fra pensieri, emozioni e comportamenti. Se so che restare in una relazione mi fa male, ma continuo comunque, la mente cerca di ridurre il disagio trovando delle scuse: “Forse è una fase”, “Se mi impegno di più, migliorerà”, “Col tempo cambierà”. Questi pensieri, così comuni nelle parole di amici, romanzi e confessioni, sono veri esempi di auto-giustificazione che permettono di posticipare il momento della rottura definitiva.

Spesso si assiste a una vera lotta interna fra il sapere cosa sarebbe giusto e il fare ciò che si è abituati a fare. In queste situazioni, la mente dà priorità alla coerenza interna piuttosto che alla felicità vera e propria. L’opera di Elsa Morante, ne “L’isola di Arturo”, offre un ottimo esempio letterario di questa dinamica: il protagonista giustifica le sue illusioni, pur di non affrontare la realtà dolorosa, preferendo restare in una zona di conforto emotivo.

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5. Il ruolo dell’impegno percepito e del senso di responsabilità

Non va dimenticato il peso dell’impegno. In ogni relazione si accumulano promesse, sogni, ricordi e responsabilità. Spesso, la difficoltà di lasciare deriva proprio dal senso di dovere verso il partner o verso la storia comune. Lo psicologo americano Johnson, i cui studi sono conosciuti anche nelle università italiane, evidenzia come il livello di impegno sia uno dei principali fattori che spinge le persone a restare, soprattutto quando ci sono in gioco figli, una casa condivisa, amici comuni. La pressione sociale e familiare accresce ancora di più la fatica di staccarsi.

C’è differenza, però, fra un impegno sano, in cui si resta perché si vuole, e un impegno patologico, in cui si resta solo per senso di colpa o paura del giudizio altrui. Spesso la cultura italiana, ancora legata a valori di lealtà e sacrificio, alimenta questa difficoltà: frasi come “I panni sporchi si lavano in famiglia” riflettono il tabù della separazione. Così, il rischio è confondere la responsabilità con la rassegnazione.

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6. Quando l’attaccamento diventa dipendenza affettiva

In alcuni casi, l’attaccamento assume forme patologiche: nasce così la dipendenza affettiva. La letteratura psicologica italiana descrive questo fenomeno come una forma di identificazione emotiva in cui l’altro rappresenta non solo un compagno, ma anche la principale fonte di sicurezza e di valore personale. La paura della solitudine, la bassa autostima, il bisogno eccessivo di approvazione sono tutti elementi che alimentano una relazione disequilibrata, dove si sopportano anche grandi sofferenze pur di non perdere l’altro.

Il protagonista del romanzo “Io e te” di Niccolò Ammaniti incarna in forma estrema questa dipendenza: incapace di immaginarsi senza l’altro, sacrifica ogni desiderio e limite personale. In questi casi, alla paura della perdita si aggiunge la convinzione di non valere abbastanza da affrontare la vita da soli. Il ragionamento logico si scontra con la paura viscerale dell’abbandono, e meccanismi come la fallacia dei costi perduti e la dissonanza cognitiva non fanno che rafforzare il ciclo vizioso della dipendenza.

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7. La scelta consapevole: uscire dalla relazione con rispetto per sé stessi

Riconoscere questi meccanismi è il primo passo verso la libertà emotiva. La psicologia ci insegna che la fine di una relazione, per quanto dolorosa, può diventare opportunità di crescita. La consapevolezza è come una luce che illumina le zone oscure della mente, insegnandoci a distinguere ciò che viene dalla paura da ciò che deriva dal desiderio autentico di felicità.

In Italia, sempre più persone si affidano a percorsi di terapia per analizzare le proprie dinamiche affettive. Tecniche come la mindfulness e la scrittura autobiografica aiutano a riconoscere i pensieri automatici e a dare un nome alle emozioni. Costruire una rete di supporto fra amici, famiglia e professionisti del settore è altrettanto importante. L’esperienza passata, invece di essere giudicata come “tempo perso”, può diventare bagaglio di insegnamenti che ci rende più forti.

Lasciare una persona che ci fa soffrire non è una sconfitta, ma il coraggio di scegliere se stessi, come insegnava la filosofa italiana Simone Weil: “L’attenzione al proprio dolore è il primo passo per liberarsi da esso”.

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Conclusione

Lasciare una persona che causa sofferenza è una delle prove emotive più difficili che si possano affrontare, perché mette in gioco meccanismi profondi della nostra psicologia: paura della perdita, bisogno di appartenenza, senso di responsabilità e autostima. Comprendere questi meccanismi, tuttavia, ci aiuta a vedere la complessità della natura umana senza giudizi o colpevolizzazioni.

La psicologia ci offre strumenti preziosi per leggere dentro noi stessi, riconoscere le dinamiche ed eventualmente agire per il proprio benessere. Coltivare la consapevolezza di sé, grazie a letture, supporto psicologico e riflessione, può rendere più facile il “passaggio” verso legami più sani, basati sulla reciprocità e sul rispetto per la propria felicità.

In fondo, come diceva Cesare Pavese, “si può anche essere soli purché si sappia di non mentire a se stessi”. Scegliere il benessere e la verità personale è una delle forme più alte di amore, anche quando questa scelta comporta la fine di una relazione dolorosa.

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Appendice

Glossario sintetico - Fallacia dei costi perduti: errore di pensiero che porta a continuare qualcosa (come una relazione) solo perché ci si è già investito molto, anche se ormai è controproducente. - Dissonanza cognitiva: stato di disagio psicologico dovuto a informazioni o azioni in conflitto con le proprie convinzioni. - Dipendenza affettiva: attaccamento patologico a una persona, vissuta come unica fonte di sicurezza e identità. - Attaccamento: legame emotivo profondo che induce a cercare vicinanza e connessione con l’altro.

Consigli di approfondimento - “L’arte di amare” di Erich Fromm (edizione italiana) - “Le relazioni pericolose” di Jean-Yves Leloup - Percorsi di mindfulness presso centri italiani (associazioni come “Mindfulness Italia”)

Tecniche di auto-aiuto - Scrittura di un diario personale sulle proprie emozioni - Confronto aperto con amici fidati - Pratiche di meditazione e respirazione consapevole - Ricerca di supporto psicologico professionale

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Questo saggio, senza pretese di esaustività, invita ad una riflessione autentica sui propri legami, ricordando che il benessere vero nasce sempre dal rispetto di sé e dalla capacità di affrontare anche le scelte più difficili.

Domande di esempio

Le risposte sono state preparate dal nostro insegnante

Perché è difficile lasciare chi ci fa soffrire secondo la psicologia?

Lasciare chi ci fa soffrire è difficile per paura della solitudine, attaccamento e meccanismi psicologici profondi che favoriscono la continuità dei legami, anche se dolorosi.

Quale ruolo ha la fallacia dei costi perduti nelle relazioni dolorose?

La fallacia dei costi perduti induce a restare in legami nocivi perché si teme di sprecare tempo ed energie già investite, aumentando la difficoltà della separazione.

Come la neuroscienza spiega la sofferenza nel lasciare chi ci fa soffrire?

La neuroscienza mostra che la fine di una relazione attiva nel cervello le stesse aree del dolore fisico, spiegando l'intensità della sofferenza emotiva.

In che modo la cultura italiana influenza il lasciare persone che ci fanno soffrire?

La cultura italiana valorizza la lealtà e il senso del dovere, spesso rendendo socialmente difficile lasciarsi anche in presenza di sofferenza.

Cosa significa dipendenza affettiva secondo l'approfondimento psicologico?

La dipendenza affettiva è un attaccamento patologico dove l'altro diventa l'unica fonte di sicurezza, portando a sopportare sofferenze pur di evitare la solitudine.

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