Una notte insonne tormentata dalla paranoia di essere seguito dopo una rissa
Questo lavoro è stato verificato dal nostro insegnante: 22.01.2026 alle 16:07
Tipologia dell'esercizio: Tema
Aggiunto: 17.01.2026 alle 10:27
Riepilogo:
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La notte era completamente avvolta nel suo abbraccio ineluttabile mentre mi trovavo sdraiato sul letto, gli occhi spalancati e la mente in tumulto. Le lenzuola parevano catene, ogni loro piega un vincolo che mi teneva imprigionato nella mia insonnia. Un susseguirsi incessante di pensieri affollava la mia mente, lasciando che l’angoscia avesse il sopravvento.
Ero tornato a casa meno di un’ora prima, ma già la scena della rissa si ripeteva incessantemente davanti ai miei occhi, come in una pellicola dalla quale non riuscivo a distogliere lo sguardo. Tutto era iniziato in un bar di periferia, un luogo che fino a quel momento aveva rappresentato un rifugio sicuro dalle pressioni delle mie giornate. Le luci soffuse riflettevano la loro tenue luminosità sulle bottiglie di alcolici alle mie spalle. Quella sera, però, la tranquillità era stata bruscamente interrotta.
Il locale vibrava al ritmo di una musica latina che si faceva breccia universale tra bicchieri tintinnanti e risa malcelate. Un uomo, in un angolo oscuro del bar, era stato il catalizzatore involontario dell’intera vicenda. Lo avevo notato subito. Era una figura solitaria con un volto segnato dalla vita e dagli eccessi. Non avevo mai visto così tanta disperazione nello sguardo di qualcuno, eppure sembrava completamente indifferente al caos che lo circondava.
L’atmosfera si era fatta tesa quando un gruppo - a occhio e croce una gang messicana - aveva fatto irruzione nel locale. Avevano la sicurezza arrogante di chi sa di dominare la scena. Erano tatuaggi su pelle e muscoli in movimento, una danza letale pronta a esplodere. Si erano avvicinati all’uomo, iniziando a insultarlo e provocarlo. La situazione era degenerata quando uno degli aggressori aveva spinto il malcapitato contro il bancone, minacciandolo con parole taglienti come lame.
Senza pensarci troppo, mi ero frapposto tra la vittima e i suoi aggressori, mosso da un istinto di protezione che nemmeno sapevo di possedere. Le parole erano state inutili; la violenza era passata la linea di non ritorno. Afferrando la bottiglia di tequila più vicina, avevo colpito uno degli aggressori sulla testa, spezzando in un attimo il vetro e il suo cruento dominio. Il sangue aveva cominciato a colare dai suoi bastardi occhiali da sole, mentre un urlo aveva fatto eco tra le pareti del bar. Poi tutto era accaduto rapidamente: la polizia era entrata con le pistole sguainate, la folla si era dispersa e io ero fuggito nella notte, inseguito dagli sguardi gelidi delle uniformi e dagli insulti striscianti di chi sapeva che la vendetta non conosce tregua.
Ora, solo con il mio rimorso, sentivo i loro passi echeggiare nei corridoi della mia fragile coscienza. Sapevo che la gang non avrebbe lasciato correre facilmente un affronto simile e che probabilmente avrei attirato anche l’attenzione delle forze dell’ordine. Girato di fianco nel letto, persi il conto di quante volte avessi già cambiato posizione in cerca di un conforto che continuava a sfuggirmi.
Vedevo le ombre proiettarsi sulle pareti della mia stanza come spettatori silenziosi del mio tormento. Ogni rumore esterno — un’auto in lontananza, un cane che abbaiava — assumeva un nuovo significato, diventando parte integrante della mia paranoia. Ricordavo le storie di vendetta che avevo sentito nel corso degli anni, di insospettabili che si erano trovati invischiati in intrecci senza scampo, braccati da nemici invisibili e inarrestabili. Ero consapevole che quella notte aveva segnato il punto di non ritorno, e il peso delle mie azioni mi opprimeva con la forza di un macigno.
Le ore si trascinavano lente, quasi diabolicamente crudele nel loro persistere. Sapevo che il giorno avrebbe portato con sé nuove incognite e che la fuga sarebbe stata solo un’illusione momentanea. Mi sentivo come un protagonista tragico di un romanzo noir: la bottiglia di tequila era diventata, suo malgrado, il simbolo della mia caduta, e il bar, con le sue luci soffuse, era ora un ricordo sanguinante che mi avrebbe perseguitato per sempre.
All’alba, lo spettro della notte sembrava attenuarsi, ma il rimorso e la paura restavano ferrei compagni. Mi alzai dal letto, consapevole che avrei dovuto affrontare le conseguenze delle mie azioni. Ma il pensiero di quella bottiglia spezzata, del sangue versato e dei volti rabbiosi che mi avevano inseguito, restava indelebile, una ferita aperta che nessuna alba avrebbe mai veramente guarito.
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