Descrizione di un evento traumatico in prima persona
Tipologia dell'esercizio: Tema
Aggiunto: oggi alle 14:53
Riepilogo:
Scopri come descrivere un evento traumatico in prima persona con tecniche efficaci per scrivere testi coinvolgenti e realistici per la scuola superiore.
Ero uscito quella sera solo per fare due passi nel mio quartiere, fra le strade tranquille che ormai conoscevo a memoria. Era tardi, ma non così tardi da farmi sentire in pericolo: dalle finestre arrivavano ancora voci, la luce calda delle case mi faceva compagnia passo dopo passo. Avevo le mani in tasca e le cuffiette nelle orecchie, la testa leggera, un po’ persa nei miei pensieri.
Fu allora che, all’improvviso, sentii un rumore secco, un botto improvviso che lacerò l’aria calma come una frustata. All’inizio non ci credetti: il suono mi era arrivato così inaspettato che il cervello cercò subito una spiegazione più semplice. Sarà stato un petardo, pensai. Oppure il rumore di una macchina vecchia che fa fatica a partire.
Ma poi vidi qualcosa che mi fece gelare il sangue. Davanti a me, a non più di venti metri da dove ero fermo, due persone stavano litigando furiosamente. Non riuscivo a distinguere bene le parole, ma i gesti erano eloquenti, scomposti, rabbiosi. Uno dei due, improvvisamente, tirò fuori qualcosa dalla tasca – una sagoma scura, allungata. Non feci neanche in tempo a capire cosa fosse, che lo sparo arrivò di nuovo, questa volta più vicino, più reale, chiarissimo.
Mi sentii paralizzato. Tutti quei film polizieschi che avevo visto, tutte le scene in cui qualcuno sparava a qualcun altro, non mi avevano mai davvero preparato a sentire la paura che ti taglia il fiato quando capisci che non è finzione ma verità. Mi mancò quasi l’aria per un secondo. Sentivo il cuore battere all’impazzata e i pensieri correre in tutte le direzioni: cosa faccio adesso? Mi avvicino? Chiamo aiuto? Scappo via? Mi stavo già chinando per cercare di mettermi al riparo dietro a una macchina parcheggiata, ma nell’oscurità vedevo ancora le due sagome muoversi rapidamente. Una si accasciò a terra tenendosi il braccio, l’altra rimase ferma, ancora col braccio teso, come se aspettasse di capire cosa fosse successo davvero.
Fu solo allora che il rumore degli spari venne coperto dal frastuono di voci: qualcuno si era affacciato alle finestre urlando, altri correvano verso il luogo del gesto, e io finalmente trovai la forza di estrarre il telefono e chiamare il 112. Le mani mi tremavano così tanto che a momenti mi cadde il cellulare. Non sapevo neanche spiegare bene cosa avessi visto: “C’è stato uno sparo, una persona è a terra, venite, presto!” riuscii solo a balbettare.
In quei minuti mi sentii piccolo, quasi invisibile. Il coraggio che talvolta pensavo di avere semplicemente era sparito, inglobato dal panico. Non riuscivo a smettere di pensare che avrei potuto essere io, che se avessi fatto un passo di più, o detto una parola sbagliata, le cose avrebbero potuto andare diversamente. E soprattutto continuavo a chiedermi perché, come si potesse arrivare a un gesto simile.
Quando arrivarono i carabinieri e l’ambulanza, io ero ancora lì, mezzo rannicchiato dietro la macchina. Guardavo la scena come se fossi al cinema, ma tutto era incredibilmente più vivido, rumoroso, reale. L’uomo a terra venne caricato sulla barella, l’altro fermato con decisione. Io fui avvicinato da un militare: “Hai visto qualcosa?” mi chiese. Annuii, ma ci misi alcuni istanti a trovare la voce.
Raccontai quel che potei, ancora scosso, consapevole che quell’attimo mi sarebbe rimasto addosso per molto tempo. Quella notte, tornato a casa, mi infilai sotto le coperte senza riuscire a dormire, continuando a rivedere la scena, a sentire quell’eco dello sparo nella testa. Avevo visto da vicino la paura, la violenza, la fragilità della vita. E, dentro, mi sentivo diverso, come se qualcosa si fosse incrinato per sempre.
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