All'età di otto anni, ho cambiato squadra e mio nonno non veniva più a vedermi perché molto spesso stava male
Questo lavoro è stato verificato dal nostro insegnante: 11.01.2026 alle 17:28
Tipologia dell'esercizio: Tema
Aggiunto: 21.11.2024 alle 17:06
Riepilogo:
Scopri come il cambio di squadra a otto anni ha influenzato il rapporto con mio nonno e impara lezioni utili su resilienza, famiglia e crescita personale.
Cambiare squadra è un passo significativo nella vita di qualsiasi giovane atleta, e per me, all'età di otto anni, ha segnato un evento particolarmente importante. Fino a quel momento, giocavo nella squadra di calcio del mio quartiere, dove mio nonno non mancava mai di venire a sostenermi. Ricordo con grande affetto il suo volto sorridente a bordo campo, la sua voce che gridava incoraggiamenti e il modo in cui sollevava il bastone da passeggio ogni volta che segnavo un gol. Tuttavia, la decisione di cambiare squadra ha portato una serie di cambiamenti, non solo per me ma anche per la mia famiglia e, in particolare, per il mio nonno.
Il mio passaggio a una nuova squadra si è reso necessario per diversi motivi. In primo luogo, la nuova squadra offriva migliori opportunità di crescita. Era ben organizzata, con allenatori più qualificati e strutture più adeguate. Inoltre, era un'opportunità per confrontarmi con altri ragazzi che condividevano la mia stessa passione e determinazione. Questo cambiamento, però, ha comportato anche un allontanamento dal campo vicino a casa dove ho iniziato, un luogo che per me era sinonimo di bei ricordi legati a mio nonno.
Mio nonno, che per anni mi aveva accompagnato a tutte le partite, aveva sempre problemi di salute. Non erano mai stati gravi da impedirgli di venire a sostenermi, fino a quel momento. L'ironia della situazione fu che proprio nel momento in cui io salivo di livello, lui cominciava a scendere fisicamente. Lontano dal campo vicino a casa e con viaggi più lunghi richiesti per raggiungere le nuove sedi delle partite, la sua frequenza nel venire a vedermi iniziò a diminuire. Questo mi turbava profondamente. Sentivo che la sua assenza rappresentava un vuoto, quasi come se mancasse una parte di me sul campo.
Mi ricordo di una delle prime partite con la nuova squadra. Guardando la tribuna, cercavo il suo volto tra i sostenitori, ma senza successo. Durante l'intervallo, tornai negli spogliatoi con uno strano senso di insoddisfazione, nonostante stessimo vincendo. Quella fu la mia prima esperienza del calcio senza di lui a sostenermi. Dopo la partita, chiamai mia madre per sapere come stesse. Mi disse che stava bene, ma che le sue gambe non gli permettevano più lunghe camminate.
Tuttavia, sebbene mio nonno non potesse più essere presente fisicamente come prima, trovammo un nuovo modo di condividere quelle esperienze. Cominciò a partecipare meno spesso alle partite, ma era sempre aggiornato grazie a me e ai racconti dei miei genitori. Dopo ogni partita, era la prima persona che chiamavo. Raccontavo ogni dettaglio, descrivevo ogni azione saliente, come se fosse stato lì con me. Lui mi ascoltava con attenzione, poneva domande e mi dava consigli. Anche se fisicamente lontano, sentivo che il suo spirito era ancora al mio fianco.
Col tempo, compresi che anche questo cambiamento aveva il suo valore. Mio nonno mi insegnò a gestire l'assenza e la distanza, due componenti inevitabili della vita. Imparai ad apprezzare ogni momento passato insieme al campo quando era possibile e a non dare per scontata la sua presenza, ma soprattutto, a trovare modi alternativi per includerlo nella mia vita sportiva.
In conclusione, cambiare squadra a otto anni ha avviato un importante percorso di crescita personale. Non ha solo migliorato le mie capacità calcistiche, ma mi ha anche dato la possibilità di comprendere l'importanza delle relazioni umane. Sebbene avessi perso la constante presenza fisica di mio nonno, abbiamo trovato un nuovo equilibrio che ci ha permesso di mantenere forte il nostro legame. Alla fine, l'unità della nostra famiglia e la forza dei nostri legami hanno superato ogni distanza fisica, insegnandomi un'importante lezione sulla resilienza e sull'amore.
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