Maturità 2025: il PCTO torna requisito per l’ammissione
Tipologia dell'esercizio: Tema di storia
Aggiunto: oggi alle 6:18
Riepilogo:
Scopri perché il PCTO torna requisito per la Maturità 2025 e come incide sull ammissione, con spiegazione chiara di regole e orientamento 🎓
Maturità 2025 e ritorno del PCTO come requisito di ammissione
La Maturità, nel sistema scolastico italiano, non è soltanto un esame conclusivo. È un rito di passaggio, un momento che concentra aspettative familiari, ansie personali, giudizi sul proprio percorso e, in fondo, una prima vera verifica del modo in cui si è diventati grandi. Per questo ogni modifica che riguarda l’Esame di Stato non è mai una questione puramente tecnica: tocca l’idea stessa di scuola che un Paese vuole difendere o costruire. Nel caso della Maturità 2025, uno degli aspetti più discussi è il ritorno del PCTO come requisito di ammissione all’esame. Si tratta di una novità importante, perché segna la fine delle deroghe introdotte negli anni dell’emergenza pandemica e riporta in primo piano il problema del rapporto tra studio, orientamento e mondo del lavoro.Il punto, però, non è solo stabilire se sia giusto o no rendere il PCTO obbligatorio per accedere all’esame. La vera domanda è un’altra: il PCTO riesce davvero a essere un’esperienza formativa, utile alla crescita dello studente, oppure rischia di ridursi a una formalità burocratica, fatta di ore da registrare e moduli da firmare? A mio avviso, il ritorno del PCTO come requisito non è di per sé sbagliato, anzi può avere un significato coerente con una scuola più aperta alla realtà. Tuttavia, questa scelta è convincente soltanto se i percorsi vengono progettati con serietà, con attenzione alla qualità e con un autentico senso educativo. Altrimenti l’obbligo finisce per svuotare il valore dell’esperienza.
Per comprendere il dibattito, bisogna anzitutto chiarire che cosa sia il PCTO. La sigla indica i Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento, formula che ha sostituito quella, molto discussa, di alternanza scuola-lavoro. Il cambiamento di nome non è irrilevante: suggerisce infatti uno spostamento di prospettiva. Non si tratta, almeno in teoria, di mandare gli studenti semplicemente “al lavoro”, ma di offrire loro occasioni per sviluppare competenze non esclusivamente disciplinari e per riflettere sul proprio futuro. In questo senso il PCTO dovrebbe mettere in relazione ciò che si studia a scuola con contesti concreti: aziende, enti pubblici, musei, biblioteche, studi professionali, laboratori, associazioni, redazioni, centri di ricerca.
Gli obiettivi dichiarati sono condivisibili. Da una parte c’è l’idea di formare competenze trasversali: autonomia, collaborazione, capacità comunicativa, senso di responsabilità, adattamento a situazioni nuove. Dall’altra parte c’è la funzione orientativa, che oggi è fondamentale. Molti studenti arrivano in quinta con idee molto vaghe su ciò che faranno dopo il diploma; altri scelgono l’università quasi per inerzia; altri ancora non conoscono a sufficienza percorsi come gli ITS Academy, che negli ultimi anni hanno acquisito maggiore visibilità. In un contesto del genere, un’esperienza ben costruita può essere preziosa. Uno studente del liceo classico, per esempio, può capire in un museo o in un archivio che il patrimonio culturale non è una nozione da manuale, ma un settore vivo, che richiede competenze storiche, linguistiche, organizzative. Uno studente di un istituto tecnico economico può entrare in contatto con la realtà di un’impresa o di uno studio professionale e rendersi conto di come funzionino concretamente amministrazione, contabilità, rapporti con i clienti. Uno studente di liceo scientifico può partecipare ad attività di divulgazione o osservare ambienti di ricerca, comprendendo meglio il legame tra teoria e applicazione.
Questa idea di una scuola meno chiusa nell’aula e più in dialogo con la società non è affatto banale. La tradizione italiana ha spesso privilegiato l’impianto teorico, soprattutto nei licei, dove la formazione culturale è stata concepita come solida e rigorosa, ma talvolta distante dalle esperienze pratiche. Naturalmente questo aspetto non va demonizzato: lo studio teorico resta essenziale. Senza profondità culturale, senza capacità di analisi, senza padronanza della lingua e dei contenuti, una scuola perde il suo compito principale. Eppure è altrettanto vero che oggi la preparazione di uno studente non può essere ridotta all’accumulo di nozioni. Viviamo in una società in cui contano sempre di più l’orientamento, la flessibilità, la capacità di lavorare con gli altri, di comprendere ambienti complessi, di assumersi responsabilità. Da questo punto di vista il PCTO, almeno nelle intenzioni, rappresenta un tentativo di aggiornare l’idea di formazione.
Per capire perché il ritorno del PCTO come requisito faccia discutere, bisogna ricordare ciò che è accaduto negli ultimi anni. La pandemia da COVID-19 ha sconvolto il funzionamento normale delle scuole italiane: didattica a distanza, restrizioni sanitarie, chiusure temporanee, limitazioni agli accessi in aziende ed enti. In queste condizioni, molti percorsi di PCTO non hanno potuto svolgersi oppure sono stati ridotti, rimodulati, trasferiti online. Sarebbe stato ingiusto penalizzare gli studenti per circostanze del tutto indipendenti dalla loro volontà. Per questo il legislatore ha previsto deroghe e sospensioni del requisito. Era una scelta ragionevole, figlia di una fase eccezionale.
Con la Maturità 2025, però, si entra in una logica diversa: quella del ritorno a una normalità normativa. Dopo anni segnati dall’emergenza, il sistema scolastico tende a ripristinare regole più stabili. In sé, questa decisione è comprensibile. Una scuola non può restare a lungo in un regime di eccezione; ha bisogno di criteri chiari e di una struttura riconoscibile. Se il PCTO fa parte del curricolo e del progetto formativo, è coerente che torni a essere considerato uno degli elementi richiesti per l’ammissione all’Esame di Stato.
Ci sono, infatti, diverse ragioni a favore di questa scelta. La prima è che la Maturità non dovrebbe valutare soltanto l’apprendimento disciplinare. Certo, italiano, matematica, lingue, storia, filosofia, scienze, diritto o economia restano il cuore della preparazione. Ma il percorso scolastico comprende anche esperienze che contribuiscono alla crescita personale e civile dello studente. Da questo punto di vista, il PCTO può essere letto come una parte integrante della formazione, non come un’aggiunta estranea.
La seconda ragione è che esso rafforza il legame tra scuola e realtà esterna. Troppo spesso i ragazzi percepiscono lo studio come un’attività autoreferenziale, chiusa nei confini della verifica e del voto. Un buon PCTO può mostrare che ciò che si impara ha ricadute reali, anche quando non sono immediate. Pensiamo a uno studente che svolga un percorso in una biblioteca civica: lì può comprendere non solo il valore dei libri, ma anche il lavoro invisibile di catalogazione, organizzazione, mediazione culturale. Oppure a una studentessa di un istituto tecnico che partecipi a un progetto aziendale e scopra che dietro parole come “bilancio” o “marketing” ci sono scelte concrete, problemi da risolvere, persone con cui confrontarsi. In altri casi il PCTO aiuta a scoprire ciò che non piace, e anche questo è utile: capire in tempo che un certo ambiente non corrisponde alle proprie inclinazioni è una forma di orientamento tanto importante quanto una conferma positiva.
C’è poi il tema delle competenze trasversali. La scuola italiana discute da anni sul loro valore, e spesso il dibattito è stato ideologico. In realtà, nessuno può negare che il rispetto degli orari, la capacità di collaborare, la chiarezza nel comunicare, il sapersi presentare in modo adeguato, il problem solving di fronte agli imprevisti siano abilità necessarie nella vita adulta, non solo nel lavoro. Il PCTO può contribuire a svilupparle in modo concreto. Uno studente magari bravissimo nelle interrogazioni può scoprire di avere difficoltà a relazionarsi con un gruppo di adulti; un altro, meno brillante sul piano teorico, può rivelare invece grande precisione organizzativa e affidabilità. La scuola, se vuole essere davvero educativa, dovrebbe saper riconoscere entrambe le dimensioni.
Tuttavia le criticità non sono poche, ed è giusto affrontarle senza semplificazioni. Il primo rischio è la burocratizzazione. Quando un percorso viene imposto come requisito, il pericolo è che tutti — scuole, famiglie, studenti, enti ospitanti — finiscano per preoccuparsi soprattutto di “fare le ore”. A quel punto il senso dell’esperienza si svuota. Si compila un registro, si firma un attestato, si conclude formalmente l’attività, ma nessuno si chiede davvero che cosa sia stato appreso. Una scuola che riduce tutto a un adempimento produce stanchezza e cinismo, non formazione.
Il secondo problema riguarda le disuguaglianze territoriali e istituzionali. Non tutte le scuole italiane partono dalle stesse condizioni. Un liceo situato nel centro di una grande città può avere accordi con università, fondazioni culturali, teatri, giornali, imprese, studi professionali. Un istituto di un’area interna o periferica può avere molte più difficoltà nel reperire partner adeguati. Lo stesso vale per gli indirizzi di studio: ci sono percorsi che trovano con maggiore facilità sbocchi coerenti, mentre altri faticano a costruire esperienze davvero significative. In un Paese segnato da forti differenze territoriali, trasformare il PCTO in requisito di ammissione senza tenere conto di queste disparità rischia di essere ingiusto.
Un terzo nodo è il carico organizzativo. Dietro il PCTO non ci sono solo gli studenti, ma anche i docenti tutor, le segreterie, i dirigenti, gli enti convenzionati. Occorrono tempo, coordinamento, responsabilità precise, attenzione alla sicurezza. Per gli studenti di quinta, già impegnati con programmi da completare, simulazioni, prove INVALSI, scelta del percorso post-diploma e preparazione dell’esame, il PCTO può diventare un ulteriore fattore di pressione. Qui si avverte bene la differenza tra una scuola che accompagna e una scuola che accumula richieste senza una visione unitaria.
Infine, non sempre la qualità delle attività è garantita. Ci sono esperienze eccellenti, ma anche percorsi deboli, generici, poco collegati al curricolo. Alcuni studenti raccontano attività ripetitive, marginali, nelle quali si sentono semplici presenze decorative. Altri, invece, hanno la possibilità di partecipare a progetti ben seguiti, con tutor competenti e obiettivi chiari. È evidente che il giudizio sul PCTO dipende moltissimo da questa differenza. Dire in astratto che il PCTO è utile o inutile ha poco senso: bisogna chiedersi quale PCTO si stia facendo.
Il nodo centrale, allora, è l’equilibrio tra formazione e obbligo. Una buona idea, da sola, non basta. Il principio è condivisibile: aprire la scuola al territorio, favorire l’orientamento, sviluppare competenze trasversali. Ma quando questa esperienza diventa una condizione per essere ammessi alla Maturità, cambia di significato. Non è più soltanto un’opportunità educativa: diventa anche un filtro d’accesso. Questo può avere un effetto positivo, perché spinge a prendere sul serio il percorso; ma può anche generare ansia, soprattutto se i criteri sono rigidi e non considerano i contesti reali. È una differenza sottile ma decisiva.
Dal punto di vista degli studenti, le reazioni sono comprensibilmente diverse. C’è chi ha trovato nel PCTO un’occasione concreta per misurarsi con il mondo esterno, per fare domande, per capire meglio se stesso. C’è chi, invece, lo vive come tempo sottratto allo studio e talvolta anche al riposo, soprattutto quando le attività appaiono poco coerenti o organizzate male. In questa pluralità di esperienze si vede un fatto semplice: il problema non è l’idea in sé, ma la qualità della sua realizzazione.
Per questo, se il PCTO torna a essere requisito per la Maturità 2025, sarebbe necessario accompagnare tale scelta con alcune correzioni importanti. La prima riguarda la progettazione: i percorsi devono essere coerenti con l’indirizzo di studi. Un liceo classico non ha le stesse esigenze di un tecnico industriale o di un professionale per i servizi. Uniformare tutto sarebbe un errore. La seconda riguarda la qualità delle convenzioni: servono enti affidabili, tutor preparati, attività con obiettivi chiari e verificabili. La terza riguarda la riflessione finale: non basta “aver fatto” il PCTO, bisogna rielaborarlo. Relazioni, diari di bordo, presentazioni, confronti in classe possono trasformare un’esperienza episodica in una vera occasione di consapevolezza. La quarta riguarda la valutazione: una scuola giusta non applica penalizzazioni automatiche senza distinguere tra mancanze imputabili allo studente e ostacoli oggettivi.
In definitiva, il ritorno del PCTO come requisito di ammissione alla Maturità 2025 rappresenta la fine di una fase emergenziale e il tentativo di ristabilire una cornice più ordinaria nel sistema scolastico. Non è una scelta da rifiutare in blocco, perché riconosce che la formazione non si esaurisce nello studio teorico e che l’orientamento è parte integrante della crescita. Ma non può nemmeno essere accettata in modo acritico. Se il PCTO diventa soltanto un obbligo da assolvere, perde la sua funzione educativa e si trasforma nell’ennesima pratica amministrativa.
La Maturità, in fondo, dovrebbe certificare qualcosa di più dei programmi svolti e delle nozioni apprese. Dovrebbe attestare che uno studente ha acquisito strumenti per leggere la realtà, per situarsi nel mondo, per scegliere con maggiore autonomia il proprio futuro. In questa prospettiva il PCTO può avere un senso autentico: non come ostacolo da superare, ma come parte di un processo di maturazione. Perché diventare maturi, oggi, non significa soltanto sapere molte cose, ma anche imparare a orientarsi nella complessità con responsabilità, spirito critico e consapevolezza.

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