Saggio breve

Chi studia legge: ritratto ironico e veritiero dello studente di giurisprudenza

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Tipologia dell'esercizio: Saggio breve

Chi studia legge: ritratto ironico e veritiero dello studente di giurisprudenza

Riepilogo:

Lo studente di Giurisprudenza: look curato, socialità e status, vacanze esclusive, poco studio vero e tanta scena, ma con potenziale per crescere davvero.

L’identikit di chi studia legge

Introduzione

Sei sicuro di volerti trasformare in un damerino che incanta in tribunale a colpi di latinorum e con la parlantina sciolta? No, tranquillo, non è la pubblicità di uno shampoo per chi combatte l’effetto crespo togato, né di una nuova fiction RAI ambientata tra i codici civili. La facoltà di Giurisprudenza, nell’immaginario comune, è spesso vista come un rifugio per “fighetti” in cerca di facili glorie, giacche ben stirate e autocelebrativi selfie tra scaffali di volumi polverosi. Ma sarà poi davvero così? O siamo semplicemente vittime di uno stereotipo, alimentato da film e serie tv made in Italy, da “distinguere” che passa più tempo a scegliere la cravatta che a leggere la Costituzione?

In questo saggio cercherò, con tono leggero e venato d’ironia, di tratteggiare un identikit dello studente medio di Giurisprudenza, tra moda, libri accennati, vacanze “mirate”, e una sottile arte dello stare in scena. Attenzione: si tratta di una caricatura volutamente esagerata—dopotutto anche Carlo Verdone nei panni dell’avvocato in “Viaggi di nozze” ci insegna che ironizzare su sé stessi è la prima regola per sopravvivere tra codici e aule universitarie.

I. Aspetto e abbigliamento degli studenti di Giurisprudenza

Se ti immagini lo studente tipo di Legge, la prima cosa che viene in mente è la cura quasi maniacale del look: nulla è lasciato al caso e ogni dettaglio comunica appartenenza a una precisa tribù sociale. Partiamo dai maschietti. Capelli sempre freschi di taglio, operazione alla quale viene dedicata una costanza che sfiorerebbe l’ammirazione di qualsiasi parrucchiere di via Montenapoleone: né troppo corti—per evitare l’effetto “militarizzato”—né troppo lunghi, per non rischiare la deriva “bohémien impegnato”. La pettinatura predilige la lucentezza del gel, ma sempre senza eccessi: meglio sembrare pronti per un colloquio importante, mai trasandati come uno studente di Filosofia nel secondo semestre. Gli occhiali da sole sono il passe-partout del vero giurista in erba: spesso indossati anche in biblioteca o sulle scale della facoltà, che piova o tiri vento, a ricordare la scena finale di “Il mestiere delle armi” di Ermanno Olmi—solo che qui la battaglia si gioca tra chi sfoggia il modello Ray-Ban più recente.

Il look femminile, invece, segue regole altrettanto severe: la chioma, in media, vira da un biondo naturale alla versione decolorata “glamour”, spesso opera di esperti parrucchieri che sanno dosare sfumature degne delle installazioni di Pistoletto. La gonna è firmata—Prada, preferibilmente—e il tailleur è l’armatura scelta per affrontare le interminabili lezioni del professor Rossi. Il trucco è sempre evidente, perfetto, e mai fuori posto: un omaggio ai tutorial su Instagram più che alle nature morte di Morandi.

Queste descrizioni, lo ripeto, sono figlie di uno stereotipo rumorosamente diffuso tra i corridoi universitari italiani, in particolare in “città dello stile” come Milano e Roma—difficile trovare una facoltà di Legge senza almeno cinque studenti che potrebbero sfilare a Pitti Uomo. Ma il dettaglio più ironico rimane forse l’accessorio d’elezione: il telefono cellulare, rigorosamente di ultima generazione, continuamente sfilato e riposto dal taschino come una moderna clessidra sociale. Un vero status symbol, oggetto di confronti serrati durante la pausa caffè, all’urlo di “Hai visto la nuova app per sottolineare i codici?”. Le scarpe poi, gli iconici “calzari dorati”, variano dal classico Hogan in pelle perfetta, fino alla Puma da calcetto pulita a specchio: ogni modello dice molto più della media voti sul libretto.

Insomma, non possiamo non sorridere davanti a questa sfilata quotidiana che anima le facoltà di Giurisprudenza, consapevoli che le eccezioni esistono (per fortuna), ma che la confezione spesso, almeno a prima vista, sembra parlare più del contenuto.

II. Interessi e abitudini culturali

Ci si aspetterebbe che chi ha scelto Giurisprudenza sia un avido lettore di Calamandrei o di Sciascia, frequentatore assiduo di spettacoli al Piccolo Teatro o appassionato delle grandi cause difese da avvocati illustri della storia italiana. Invece, con buona pace di Cesare Beccaria, la realtà troppo spesso racconta altro. È diffusa la convinzione che gli studenti di Legge preferiscano la cultura “smart”, improntata alla rapidità e immediatezza della ricerca su Google piuttosto che sulle raccolte di sentenze.

Non è raro sentire, durante le pause tra una lezione e l’altra, discorsi su reality show come “Il Collegio” o “Temptation Island” piuttosto che sulla raccolta delle “Lezioni americane” di Calvino. Anche le preferenze cinematografiche sembrano oscillare verso titoli à la “Notte prima degli esami”, che con il diritto hanno poco a che fare, o ai melodrammi rosa stile “Manuale d’amore” di Veronesi. Svaniti nel nulla i dibattiti su “Il processo” di Kafka, che resiste solo nella breve parentesi d’ansia prima degli esami orali.

Se la letteratura italiana viene spesso snobbata, a parte quando è utile per una citazione astuta durante una conversazione brillante, la cultura sociale invece prospera: è più importante conoscere l’ultima tendenza su Instagram che la differenza tra diritto privato e pubblico. Persino la musica segue la stessa logica: l’ultimo tormentone radiofonico vale più di una sonata di Einaudi, almeno finché non diventa di moda postare foto in cui si studia con Ludovico di sottofondo.

Dietro questa scelta di interessi apparentemente “frivoli” si cela comunque una grande abilità sociale: lo studente di Giurisprudenza sa sempre “che aria tira”, e sa adattarsi al contesto in modo camaleontico. Una dote non da poco, utile tanto in tribunale quanto alla riunione di condominio.

III. Luoghi di vacanza e socializzazione

L’identikit del futuro avvocato si completa fuori dall’aula, sulle spiagge e nei locali alla moda. Panarea e la costa Smeralda in Sardegna sono i templi sacri delle vacanze: mete selezionate per il grado di “visibilità” che assicurano sulle storie Instagram, molto più che per la bellezza dei paesaggi. Andare in vacanza a Canicattì? Solo in caso di assoluta necessità familiare. Cantù? Meglio, forse, una maratona di diritto amministrativo.

La scelta di queste località non è casuale: chi frequenta Panarea è percepito come il nuovo “Cicerone” dei nostri giorni, che arringa tra i lettini con lo Spritz in mano piuttosto che in Senato. È emblematico come, tra il popolo di studenti di Legge, la destinazione delle ferie sia motivo di dibattito accalorato ben più della sentenza della Cassazione.

Le vacanze, però, non servono solo per abbronzarsi e fare “networking visivo”. Sono una vera e propria estensione della vita sociale universitaria: qui si consolidano alleanze, si rafforzano complicità, e si costruisce quell’album di ricordi digitali che accompagnerà lo studente durante le lunghe sessioni di studio. Ironia della sorte, proprio come nei romanzi di Federico Moccia, lo sfondo più importante rimane la compagnia e la voglia di “esserci”, anche quando si tratta semplicemente di scegliere il prossimo locale dove prendersi un gelato a Porto Cervo.

Va detto che tutta questa attenzione alla socialità e allo status può risultare eccessiva, ma rappresenta anche una curiosa forma di preparazione al mondo forense italiano—dove, diciamolo, il saper “stare al mondo” spesso conta quanto conoscere il testo della legge.

IV. Metodo di studio e vita accademica

Passiamo alla parte che, sulla carta, dovrebbe essere il cuore di tutto: lo studio. Qui la commedia assume tratti quasi pirandelliani. L’orario medio di studio dichiarato? Un’ora al giorno, con punta massima in prossimità dell’esame. In realtà, gran parte del tempo trascorso in biblioteca serve a tutto fuorché a leggere. I gruppetti di studenti, riconoscibili dai toni altisonanti e dai passaggi di appunti rigorosamente colorati, sembrano impegnati in una rappresentazione teatrale continua. Un vero spettacolo, quello della “preparazione condivisa”, che avviene in circoli giuridici dove l’importanza del diritto viene superata solo dall’arte del pettegolezzo.

Nessuno ammette mai di aver studiato troppo poco, ma tutti parlano di stakanovismo, di maratone di lettura—salvo poi farsi sorprendere a organizzare la cena della settimana. Studiare in gruppo, per lo studente medio di Giurisprudenza, è più uno strumento di socializzazione che una reale necessità didattica: anche i codici annotati sembrano un semplice accessorio, più che una fondamentale arma di formazione.

Curioso poi notare come sia ormai prassi fare “scena” tra i colleghi: lanciare frasi ad effetto (“Sei pronto per l’esame con la professoressa De Sanctis?”) oppure fingere consultazioni infinite su procedure e cavilli inesistenti. In fondo, l’arte oratoria si inizia a praticare già tra le mura della biblioteca, e nei momenti di “studio apparente” si costruiscono alleanze che proseguiranno poi a suon di caffè nelle pause tra una lezione e l’altra.

V. Attività extra-accademiche e divertimenti

La vera “vocazione” dello studente di Legge, però, emerge durante il fine settimana. L’attesa per l’uscita del sabato sera è paragonabile alla fibrillazione pre-esame: compilation musicale scelta con cura quasi maniacale, preparativi degni dei grandi balli ottocenteschi (ma con il filtro di Instagram a rendere tutto più “condivisibile”). La cena è prenotata nei locali più rinomati—dalle trattorie chic di Trastevere, per i romani, ai ristoranti con vista sul Naviglio a Milano. Dopo cena, l’unica direzione possibile sembra quella dell’aperitivo lungo, per poi concludere, inevitabilmente, in discoteca.

Qui si dà il meglio di sé: danze scatenate, selfie di gruppo e racconti delle imprese universitarie (quasi sempre edulcorati). Il “vizio” di una vita sociale intensa, nei fatti, diventa un mestiere parallelo, alimentato dalle non trascurabili risorse economiche dei genitori o, nei casi più fortunati, dei nonni generosi (“Nonna, devo comprare il codice aggiornato!” funziona sempre).

Queste uscite, spesso, sono teatro delle stesse dinamiche che si proveranno in aula—coalizioni, alleanze e qualche rivalità. Non mancano aneddoti curiosi: qualcuno che alza troppo il gomito e improvvisa arringhe contro i buttafuori, l’amica che si vanta del voto preso a diritto privato con il professore più temuto, il gruppetto che si riunisce solo per trovare la scusa perfetta da raccontare all’esame di procedura civile.

In fondo, essere studente di Giurisprudenza significa vivere due vite parallele: quella (più o meno seria) dei libri, e quella (sicuramente più colorata) della scena sociale. Entrambe, a modo loro, forgiano l’identità di chi, un domani, si ritroverà a difendere (speriamo bene) i propri assistiti.

Conclusione

Ecco dunque il ritratto ironico, forse un po’ impietoso ma inevitabilmente veritiero, dello studente medio di Giurisprudenza: impeccabile nel look, con uno smartphone sempre carico, più incline alla socializzazione che alla lettura dei codici, e con una naturale propensione alle vacanze di status. Ma, come spesso accade, non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze.

La facoltà di Legge è un microcosmo dove l’apparenza e la sostanza corrono su binari paralleli: solo chi saprà farli incontrare riuscirà davvero a crescere, sia come persona che come professionista. Da “fighetto” ad avvocato serio il passo può essere breve—e, tra una vacanza a Panarea e una serata in discoteca, qualcuno troverà anche il tempo di studiare, magari sul serio. Dopotutto, come insegna il celebre avvocato Guerrieri dei romanzi di Gianrico Carofiglio, anche chi parte in sordina può arrivare lontano, se un giorno decide di metterci davvero la testa.

Ed è allora che lo stereotipo lascia spazio alla realtà, al percorso formativo che trasforma anche il più distratto “modaiolo” in una voce autorevole della giustizia italiana. Sempre che, almeno per l’esame di Stato, si ricordi di togliersi gli occhiali da sole!

Domande di esempio

Le risposte sono state preparate dal nostro insegnante

Qual è l'identikit ironico dello studente di giurisprudenza?

Lo studente di giurisprudenza viene ritratto come attento al look, amante della socialità e più interessato allo status che allo studio intenso. Questa rappresentazione è una caricatura degli stereotipi più diffusi tra i giovani universitari.

Come viene descritto l'abbigliamento di chi studia legge?

Lo stile è molto curato: abiti firmati, acconciature alla moda e accessori tecnologici sono elementi distintivi per chi frequenta giurisprudenza, a sottolineare l'appartenenza a una precisa tribù sociale.

Quali sono le abitudini di studio degli studenti di giurisprudenza?

Lo studio è spesso condiviso in gruppo, più come occasione sociale che vera necessità didattica. Molte ore in biblioteca sono dedicate a chiacchiere e attività di gruppo, mentre le maratone di studio avvengono solo prima degli esami.

Dove trascorrono le vacanze gli studenti di giurisprudenza?

Le mete predilette sono luoghi esclusivi come Panarea e la Costa Smeralda, scelti per la visibilità sui social e come estensione della vita sociale universitaria. Queste vacanze rafforzano relazioni e status personale.

Cosa distingue il ritratto ironico e veritiero dello studente di giurisprudenza?

L'ironia sta nel contrasto tra apparenza e sostanza: molti studenti danno priorità a look, socialità ed eventi, ma talvolta sanno anche impegnarsi seriamente, riuscendo a evolversi in professionisti completi.

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