Scuole superiori e rischio bocciatura: le occupazioni contano come assenze?
Tipologia dell'esercizio: Analisi
Aggiunto: oggi alle 7:36
Riepilogo:
Scopri come le occupazioni influenzano le assenze e il rischio bocciatura nelle scuole superiori, con analisi delle regole e suggerimenti utili per studenti. 📚
L’incubo della bocciatura alle superiori: assenze e occupazioni tra regole, proteste e scuola democratica
Nelle scuole superiori italiane, l’ansia della bocciatura per eccesso di assenze è diventata una realtà concreta e diffusa dopo l’introduzione del limite massimo di cinquanta giorni di assenza annui. Questa norma, applicata in via generale su scala nazionale, sembra voler risolvere il problema della frequenza irregolare, ma genera interrogativi non da poco soprattutto in relazione ai giorni di protesta e alle occupazioni scolastiche. Il dilemma su come considerare queste assenze – se rientrino nel conteggio formale oppure siano escluse come “assenti giustificate per motivi civici” – ha assunto una centralità palpabile nel dibattito fra studenti, famiglie, docenti e dirigenti scolastici.
Il tema tocca non solo la carriera scolastica dei singoli studenti, ma anche l’essenza stessa della scuola come luogo di formazione civica, partecipazione sociale, e sperimentazione della democrazia. Di fronte a una normativa spesso vaga, a interpretazioni difformi e a posizioni conflittuali tra i diversi attori del sistema scolastico, analizzare le radici, i contorni e le possibili soluzioni di questa “questione delle assenze” diventa fondamentale. È necessario recuperare il senso profondo della scuola come laboratorio di cittadinanza, senza rinunciare alla disciplina dello studio.
1. Quadro normativo: regole, ambiguità e applicazioni
L’articolo 14 del Decreto Legislativo 62/2017 e le successive circolari ministeriali hanno formalizzato il tetto massimo di assenze possibile: 50 giorni all’anno, oltre i quali scatta automaticamente la bocciatura salvo casi documentati di gravi motivi di salute o altre eccezioni espressamente previste. Lo scopo dichiarato è chiaro: aumentare la partecipazione alle lezioni, arginare i fenomeni delle assenze “strategiche” e favorire un rapporto attivo e continuo con il percorso didattico.Tuttavia, proprio davanti alla complessità della vita scolastica italiana, questa norma mostra tutte le sue fragilità. La mancanza di disposizioni chiare su come trattare le assenze derivanti dalle occupazioni crea un terreno ambiguo. Alcune scuole optano per registrarli come semplici giorni di assenza non giustificata – equiparabili a una qualsiasi assenza ingiustificata – mentre altre, più sensibili al significato sociale della protesta, tentano una mediazione (ad esempio segnando una “assenza motivata” senza effetti disciplinari diretti).
A complicare il quadro c’è la questione intricata dell’“orario annuale personalizzato”: ogni studente deve coprire una certa percentuale di ore per ogni materia. Può capitare di superare la soglia delle assenze in una disciplina come educazione fisica (magari per motivi di salute), ma non in italiano o matematica, creando una difformità che spesso porta a decisioni arbitrarie.
2. Le occupazioni come protesta e storia culturale
In Italia, la pratica dell’occupazione scolastica ha una storia lunga e significativa che affonda le radici nei movimenti studenteschi degli anni Sessanta e Settanta. Non si tratta soltanto di una “fronda giovanile”, ma di una risposta collettiva a riforme percepite come dannose o ad esigenze inascoltate. Emblematica, ad esempio, la stagione delle proteste contro la riforma Gelmini, che nel 2010 mobilitò centinaia di istituti fra cortei, autogestioni ed occupazioni.La differenza fra l’assenza “volontaria” dell’alunno disinteressato e la partecipazione a una protesta collettiva è sostanziale: nelle prime vi è l’interesse privato, nella seconda un “noi” che si fa comunità e motore di cambiamento. Le occupazioni rappresentano dunque una forma di esercizio della cittadinanza attiva, dando voce a giovani spesso privi di altri spazi per incidere sulle scelte che li riguardano direttamente.
Certo, le occupazioni comportano anche effetti collaterali: perdita di giorni di lezione, rarefazione del tempo scuola, fatica nel recuperare la piena regolarità didattica, ma negare il valore formativo di queste esperienze significa dimenticare la lezione di Don Milani, secondo cui “la scuola serve a imparare a difendersi, a parlare, a scegliere”.
3. Il dibattito: tra bocciature, paure e diritti
Non sorprende dunque che la questione di come “conteggiare” le assenze durante le occupazioni abbia acceso un dibattito accesissimo all’interno delle comunità scolastiche. Alcuni presidi e dirigenti – spesso chiamati in causa dalle famiglie, dai Collegi dei docenti e dai Consigli d’Istituto – ritengono doveroso conteggiare le assenze delle giornate di occupazione come normali assenze, anche per evidenti ragioni di garanzia amministrativa e di rispetto della normativa formale. Altri scelgono la via della tolleranza o della parziale giustificazione, per salvaguardare la funzione pedagogica della scuola.Dal lato degli studenti e delle loro famiglie, predomina il timore: il rischio della bocciatura “automatica” per puro calcolo numerico, indipendentemente dall’impegno reale, è vissuto come un’ingiustizia. Non pochi genitori si trovano lacerati fra la solidarietà verso le ragioni dei figli e la preoccupazione per le possibili conseguenze accademiche.
Sul piano strettamente giuridico, esistono margini di ricorso contro le bocciature fondate sulle assenze nei giorni di protesta, specie qualora vi sia stata ambiguità nelle comunicazioni preventive o disparità di trattamento tra alunni di diversi istituti. In effetti, la giurisprudenza amministrativa richiama il diritto a trasparenza regolamentare e alla motivazione dettagliata degli atti disciplinari.
4. Aspetti tecnici e disparità applicative
Una delle questioni più tecniche – e spesso dimenticate nei dibattiti pubblici – riguarda i criteri pratici di conteggio delle assenze: si deve calcolare il numero totale di ore perse, oppure fare riferimento alla presenza in ciascuna disciplina? Non mancano i casi-limite, come quello di studenti di istituti professionali dove il monte ore settimanale cambia notevolmente da una materia all’altra.Questa incertezza si riflette poi su tutto il territorio nazionale: le modalità di conteggio possono variare da scuola a scuola, e da regione a regione. Se prendiamo, ad esempio, scuole milanesi, dove il tessuto civico è attento a mediazioni e lettere alle famiglie, possiamo trovare criteri diversi rispetto ad alcuni istituti di Palermo o Roma, dove la prassi può essere più rigida o, al contrario, più comprensiva verso le rivendicazioni studentesche.
L’esistenza di questi “regolamenti interni” spesso citati nelle delibere del Consiglio d’Istituto rende sempre più urgente la necessità di criteri unificati e linee guida chiari, ormai non più procrastinabili.
5. Riflessioni e proposte: dalla disciplina all’educazione civica
Di fronte a questa complessità, emerge una necessità prima di tutto educativa: riconoscere negli atti di protesta un valore formativo, senza però abbandonare la responsabilità verso il percorso didattico. Occorre trovare un giusto equilibrio: l’adesione consapevole e informata degli studenti alle occupazioni dovrebbe diventare oggetto di valutazione pedagogica, e non solo statistica.Si potrebbero pensare strumenti normative che prevedano deroghe o permessi particolari per le assenze motivate da cause sociali riconosciute, analogamente a quanto avviene per permessi sindacali nei contesti lavorativi. Inoltre, le scuole dovrebbero impegnarsi in una comunicazione chiara e continuata: studenti e famiglie hanno diritto a conoscere in anticipo le regole e le possibili conseguenze.
Un’ulteriore proposta riguarda la valutazione del “contributo civico” degli studenti: durante le settimane di occupazione, chi si impegna in attività formative, dibattiti, laboratori, dovrebbe poter convertire parte delle “assenze” in crediti o lavori integrativi, in linea con una scuola che non teme il dissenso ma lo trasforma in occasione di crescita collettiva.
Infine, andrebbe incentivato il dialogo tra le diverse componenti della scuola. La figura del “mediatore di istituto”, come accade in alcune scuole di Firenze o Torino, ha spesso risolto in radice conflitti che sarebbero potuti sfociare in sanzioni ingiuste.
Conclusioni
Il nodo del conteggio delle assenze durante le occupazioni non è solo un problema amministrativo, ma una questione che interroga la scuola nel suo ruolo più profondo: formare cittadini liberi, consapevoli e capaci di protagonismo. Una normativa chiara, condivisa e capace di rispettare i diritti degli studenti è condizione necessaria, ma non sufficiente: occorre anche una cultura scolastica che sappia integrare la disciplina con la partecipazione.La scommessa è quella di superare la logica del “burocratese” e dell’automatismo, per promuovere una scuola davvero inclusiva e democratica, dove la partecipazione attiva può convivere con il dovere dello studio. Solo così, l’incubo della bocciatura potrà essere sostituito da un’esperienza educativa che non separa il sapere dal saper essere cittadini.
---
Vota:
Accedi per poter valutare il lavoro.
Accedi