Analisi del testo “Chi è questa che vien, ch’ogn’om la mira”
Questo lavoro è stato verificato dal nostro insegnante: 24.01.2026 alle 14:49
Tipologia dell'esercizio: Analisi
Aggiunto: 22.01.2026 alle 10:57
Riepilogo:
Scopri l’analisi dettagliata del sonetto di Cavalcanti e comprendi il valore simbolico della donna nel Dolce Stil Novo. Approfondisci con esempi chiari.
"Chi è questa che ven, ch’ogn’om la mira" è uno dei sonetti più celebri di Guido Cavalcanti, poeta toscano del XIII secolo e figura prominente della corrente poetica del Dolce Stil Novo. Questo movimento letterario si distingue per un amore idealizzato e spirituale, che innalza la figura della donna a una quasi-divinità. Cavalcanti, insieme a Dante Alighieri e altri stilnovisti, esplora attraverso il suo lavoro le sfumature di questi ideali.
Il sonetto è strutturato con le consuete quattro stanze: due quartine seguite da due terzine, secondo lo schema metrico tradizionale del sonetto italiano (ABBA ABBA CDE EDC). Fin dal primo verso, "Chi è questa che ven, ch'ogn’om la mira", il poeta fa emergere il tema della meraviglia collettiva di fronte alla bellezza della donna. Questo incipit introduce immediatamente la dimensione sociale dell'ammirazione, coinvolgendo non solo il poeta ma tutti gli osservatori. Il termine "questa", indefinito, contribuisce a creare un'aura di mistero attorno alla figura femminile, un tema ricorrente nella poetica stilnovista.
Nella prima quartina, Cavalcanti utilizza immagini sensoriali e visive per descrivere la bellezza della donna, utilizzando metafore che la collegano a elementi elevati e puri, come la luce. L’immagine evocata è di una bellezza paragonata a un miracolo, tanto eccezionale da lasciare tutti ammutoliti e stupefatti. Qui emerge un altro tratto distintivo del Dolce Stil Novo: l'idea che la bellezza femminile abbia la capacità di elevare e purificare l'animo umano. Nella poetica stilnovista, questo sovente si traduce nell'enfatizzare una bellezza che trascende i limiti terreni.
Nella seconda quartina, Cavalcanti prosegue il suo elogio, introducendo l’elemento dello "spirito gentile", un concetto centrale nella filosofia del Dolce Stil Novo. La donna non è solo straordinariamente bella, ma possiede anche una nobiltà spirituale che influenza positivamente chiunque la avvicini. Questo "spirito" agisce come un raggio di luce che purifica i cuori dei presenti, rendendoli migliori. La connessione tra bellezza fisica e bontà interiore è un concetto che il poeta approfondisce con cura, suggerendo che la donna incarna un ideale quasi angelico.
Nelle terzine, Cavalcanti esplora l'impatto emotivo di questa visione sul poeta stesso e sui presenti, descrivendo come la presenza della donna susciti sentimenti di dolcezza e pace interiore. La sua bellezza trascendentale è talmente potente da provocare una sorta di esperienza mistica nei cuori degli uomini che la contemplano. Viene introdotto il concetto di ineffabilità: le parole sono incapaci di esprimere pienamente l'essenza della sua bellezza e della sensazione che essa provoca. La presenza della donna non può essere descritta adeguatamente, solo vissuta.
Cavalcanti inoltre, al di là dell'apparente semplicità, imbastisce un sottilissimo gioco intellettuale riuscendo a trasportare il lettore in una dimensione eterea, in cui la bellezza della donna si eleva al di sopra della realtà quotidiana, raggiungendo una dimensione spirituale. In questo senso, la poetica stilnovista si allontana dalle forme più terrene e convenzionali di espressione poetica, cercando invece di cogliere un ideale di purezza e perfezione.
Nel contesto storico, Cavalcanti si muove all’interno di una società medievale ben definita, dove la figura della donna era spesso oggetto di venerazione astratta, in netto contrasto con le realtà di vita quotidiana di molte donne del tempo. La poesia non riflette quindi necessariamente la condizione reale delle donne medievali, quanto piuttosto un ideale sublimato tipico della cultura cortese e del pensiero neoplatonico che influenzava gli intellettuali del tempo.
In sintesi, "Chi è questa che ven, ch’ogn’om la mira" è un esempio rappresentativo della poetica stilnovista, in cui amore e bellezza convergono in una visione idealizzata e spirituale della figura femminile. Questo sonetto non solo esalta la bellezza fisica ma, attraverso un linguaggio ricco di immagini e simboli, cerca di collegare la dimensione terrestre con quella celestiale, elevando la donna a simbolo di armonia perfetta tra corpo e spirito. Il risultato è una composizione che, sebbene ancorata nel suo tempo, continua a evocare un senso di bellezza universale e senza tempo.
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