Essere NEET: impatti e ripercussioni sulla salute mentale dei giovani
Questo lavoro è stato verificato dal nostro insegnante: 16.01.2026 alle 8:46
Tipologia dell'esercizio: Saggio
Aggiunto: 16.01.2026 alle 8:16
Riepilogo:
La condizione NEET isola i giovani, mettendo a rischio salute mentale e futuro; serve supporto su misura, prevenzione e inclusione sociale.
Essere NEET: effetti e conseguenze sulla salute mentale
Nel panorama sociale ed economico dell’Italia contemporanea, la condizione di NEET – acronimo che indica i giovani “Not in Education, Employment or Training”, ovvero coloro che non sono impegnati in percorsi di studio, lavoro né in formazione – rappresenta una delle sfide più delicate e attuali. In base ai dati ISTAT più recenti, la percentuale di NEET tra i 15 e i 29 anni in Italia supera ancora il 20%, una delle più alte fra i Paesi dell’Unione Europea, soprattutto nel Mezzogiorno. Comprendere questa realtà significa non solo valutare l’impatto sull’economia nazionale e sull’organizzazione familiare, ma anche interrogarsi a fondo sulle implicazioni psicologiche e sulle ripercussioni a livello di salute mentale. Analizzare la condizione NEET vuol dire esplorare il legame complesso fra disagio sociale e personale: si tratta, infatti, di un fenomeno che rischia di intrappolare i giovani in un circolo vizioso fatto di esclusione, perdita di autostima e difficoltà di reinserimento, generando conseguenze profonde sul benessere psicologico individuale e collettivo.
In questo saggio analizzerò chi sono i NEET, soffermandomi sulle diverse cause che portano all'emergere di questo stato, sugli effetti psicologici e sociali connessi, sulle conseguenze a lungo termine per giovani e società e, infine, su strategie e interventi capaci di prevenire o mitigare tali conseguenze. In chiusura, offrirò riflessioni concrete e suggerimenti per i giovani che si riconoscono in questa condizione.
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1. Chi sono i NEET? Caratteristiche e cause
1.1 Definizione e profilo dei NEET
L’acronimo NEET viene ufficialmente utilizzato a partire da inizi del Duemila nei report statistici europei per descrivere tutti i giovani tra i 15 e i 29 anni (talvolta 34, secondo alcuni sistemi di rilevazione) che non stanno studiando, non lavorano né sono inseriti in percorsi di formazione professionale. Tuttavia, dietro questa definizione tecnica si cela una realtà molto eterogenea: NEET non sono solo ragazzi “sfaccendati” – come talvolta semplifica un certo pregiudizio mediatico – ma individui con storie, motivazioni e background differenti.C’è chi, terminata la scuola superiore, fatica a trovare un primo impiego, chi abbandona l’università vivendo situazioni di scoraggiamento, ragazze che rinunciano a formazione e lavoro per occuparsi della famiglia, giovani con disabilità o disagio psichico e, ancora, chi vive in contesti marginali. A questa molteplicità di volti corrisponde un tratto distintivo: l’assenza di un progetto, cioè di una traiettoria dinamica verso una meta, e lo sperimentare un tempo “sospeso”, sospeso fra la fine di un percorso e la difficoltà di intraprenderne un altro.
1.2 Cause e fattori di rischio
Le cause che possono spingere un giovane nella condizione di NEET sono molteplici e spesso intrecciate. Alcuni ragazzi manifestano fragilità psicologiche preesistenti, come insicurezza cronica, paura di fallire, ansia sociale o insoddisfazione per il proprio rendimento scolastico: in questi casi, il passaggio dalla scuola al mondo adulto, in assenza di accompagnamento, si trasforma in una barriera difficile da superare.Vi sono i limiti strutturali del sistema: l’inadeguatezza dei percorsi di orientamento nella scuola, la scarsa corrispondenza tra formazione e mercato del lavoro, l’esiguità di opportunità lavorative, soprattutto nelle aree periferiche del Paese. In molte famiglie manca, inoltre, una rete di sostegno capace di riconoscere le difficoltà dei ragazzi e di incoraggiarne l’autonomia. Le problematiche sociali, poi, come la disoccupazione dei genitori, la povertà educativa, l’emarginazione oppure la discriminazione di genere e di origine etnica, accrescono il rischio di marginalità.
1.3 Diversità interna del gruppo NEET
Non bisogna però dimenticare che i NEET non sono un gruppo omogeneo. Alcuni attraversano questa condizione solo per brevi periodi, come accade spesso nel passaggio dalla scuola al lavoro; altri, invece, vi rimangono intrappolati per anni, sviluppando vere e proprie sindromi di dipendenza dalla non-partecipazione – basti pensare al fenomeno degli “hikikomori”, giovani che si autoescludono da ogni contesto sociale e vivono chiusi in casa, una realtà ormai ben documentata anche in Italia (si veda il lavoro della psicoterapeuta Maura Manca). La distinzione non è trascurabile: il rischio di cronicizzazione aumenta radicalmente se, alla causa contingente (ad esempio una bocciatura), si sommano vulnerabilità personali e carenza di sostegni.---
2. Impatti psicologici e sociali dell’essere NEET
2.1 Isolamento e senso di esclusione
Essere NEET spesso significa vivere uno stato di isolamento crescente. L’assenza dal contesto scolastico o lavorativo priva il giovane di occasioni di relazione, confronto e riconoscimento sociale. Si sviluppa un senso di estraneità rispetto ai gruppi di pari che, attraverso scuola, università, lavoro o volontariato, costruiscono progressivamente la propria identità adulta. La solitudine accentua l’autosvalutazione, la tendenza all’evitamento e la difficoltà a sviluppare empatia e competenze relazionali. Italo Svevo, ne “La coscienza di Zeno”, descrisse magistralmente la fatica del protagonista a ritrovare un senso di sé quando privato di funzioni e responsabilità sociali: una sensazione oggi riscontrabile in molti giovani NEET.2.2 Disturbi mentali correlati
Numerosi studi epidemiologici, come quelli realizzati dall’Istituto Superiore di Sanità, hanno evidenziato una forte correlazione tra la condizione di NEET e l’insorgenza di disturbi mentali quali depressione, ansia cronica, fobie e attacchi di panico. Il mancato riconoscimento sociale, la paura di non essere “abbastanza”, insieme all’incertezza del futuro, diventano terreno fertile per un circolo vizioso: l’angoscia blocca la ricerca attiva, la passività alimenta l’auto-condanna e la depressione peggiora ulteriormente la situazione. Il rischio di comorbidità – cioè la sovrapposizione di più disturbi – cresce nel tempo, specie in assenza di interventi tempestivi.2.3 Frustrazione economica e vulnerabilità psicologica
Molti NEET vivono una precarietà finanziaria che implica dipendenza dalla famiglia o, nei casi peggiori, il rischio di esclusione abitativa. Lo sfasamento rispetto all’autonomia attesa dalla società italiana per i giovani adulti – narrato già dalla letteratura neorealista (si pensi a “Il bell’Antonio” di Vitaliano Brancati, dove il fallimento personale si lega strettamente all’attesa sociale) – genera sentimenti di inutilità, frustrazione e rabbia. Questi vissuti possono sfociare in comportamenti autolesivi, ritiro sociale, abuso di sostanze e una diffusa sensazione di impotenza.2.4 Crisi di identità e perdita del senso
Per i giovani NEET, la difficoltà nel delineare uno scopo personale e l’impossibilità di confrontarsi con modelli di riferimento evolutivi tipici (lavoro, crescita professionale, autonomia) si traducono spesso in una crisi di identità. Il loro racconto personale rimane sospeso in un tempo indefinito. La “noia esistenziale”, tema caro a Giacomo Leopardi, si manifesta qui come sensazione di stagnazione e perdita di significato, con il rischio di una progressiva autopercezione come “invisibili”.2.5 Stigma e colpevolizzazione
In Italia, il giudizio sociale verso i NEET è ancora intriso di stereotipi: li si descrive come pigri, privi di iniziativa o addirittura colpevoli del proprio fallimento. Questa narrazione, veicolata anche dai media, produce stigma sociale ed espone i ragazzi a una doppia sofferenza: non solo il disagio, ma anche il sentirsi giudicati e respinti. In molti casi, la vergogna e l’autocolpevolizzazione ostacolano la ricerca di supporto e rappresentano un ulteriore ostacolo al reinserimento.---
3. Conseguenze a lungo termine per i giovani e la società
3.1 Futuro occupazionale e formazione
Il prolungato stato di inattività rende più difficile, per i giovani NEET, rientrare nei circuiti lavorativi o formativi. La mancata esperienza e il rapido mutare delle competenze richieste dal mercato generano un divario che tende a crescere nel tempo. Secondo il CENSIS, chi rimane a lungo inattivo vede diminuire anche la propria fiducia nelle possibilità di apprendimento continuo, accentuando la marginalizzazione.3.2 Salute mentale e rischi collegati
La cronicizzazione dei disturbi mentali, se non affrontata adeguatamente, può trascinare il giovane verso conseguenze ben più gravi: dal rischio di dipendenze patologiche (gioco d’azzardo, uso di stupefacenti, abuso di alcol) fino a disturbi somatici, come alterazioni del sonno, disturbi alimentari e malattie psicosomatiche.3.3 Implicazioni sociali ed economiche
A livello sociale, il fenomeno NEET rappresenta una sottrazione di capitale umano per il Paese: ogni giovane che non riesce ad autorealizzarsi, infatti, costituisce una perdita di contributo attivo, innovazione e creatività. Tutto ciò grava sul sistema di welfare, aumenta il carico sulle strutture sanitarie e contribuisce alla frammentazione del tessuto sociale, in un Paese già provato da profonde disuguaglianze territoriali.---
4. Strategie e interventi di prevenzione e supporto
4.1 Ruolo delle istituzioni e della scuola
Personalmente, ritengo centrale il compito della scuola e delle istituzioni pubbliche nell’intercettare precocemente i segnali di disagio: occorrono percorsi didattici personalizzati, orientamento efficace e una maggiore integrazione tra scuola, famiglia e territorio. L’esperienza di progetti come “Scuola Viva” in Campania o le iniziative degli “ITS Academy” in Lombardia dimostrano che percorsi formativi flessibili e professionalizzanti possono attivare risorse e riaccendere la motivazione.4.2 Supporto psicologico e valorizzazione delle soft skills
Rendere disponibili servizi di ascolto psicologico nelle scuole, garantire l’accesso a sportelli gratuiti territoriali e investire nella formazione di educatori e counselor rappresentano passi fondamentali. Allo stesso modo, promuovere laboratori per lo sviluppo delle competenze trasversali (leadership, gestione dello stress, autostima, comunicazione) aiuta i giovani a costruire un bagaglio utile per affrontare le sfide.4.3 Esperienze di orientamento al lavoro
Le esperienze di tirocinio qualificato, stage retribuiti e percorsi di apprendistato, se ben regolamentati e tutelati dall’abuso, possono rompere il circolo vizioso dell’inattività. Programmi come “Garanzia Giovani”, pur con alcune criticità operative, hanno comunque favorito l’ingresso di molti giovani in aziende, enti pubblici e associazioni, aiutando a ricostruire fiducia ed aspirazioni.4.4 Reti familiari e sociali
Il dialogo familiare, l’affetto e un atteggiamento di ascolto non giudicante sono fondamentali per prevenire l’isolamento. Sono numerose, nelle città italiane, le associazioni giovanili che organizzano attività ricreative, percorsi di tutoraggio, progetti contro il ritiro sociale; promuovere queste realtà aiuta a riattivare l’appartenenza e la speranza.4.5 Approccio integrato e su misura
Infine, la condizione di ogni NEET è unica. Serve quindi un intervento multidisciplinare – che coinvolga psicologi, assistenti sociali, educatori e orientatori – e capace di costruire un piano personalizzato, calibrato secondo bisogni, potenzialità e desideri della persona.---
Considerazioni finali
Essere NEET non è mai una semplice “scelta” individuale, né può essere ridotto a una categoria numerica. È, piuttosto, il risultato di dinamiche personali, sociali ed economiche che si intrecciano e si rafforzano a vicenda. Affrontare il fenomeno, dunque, significa impegnarsi nel superamento degli stereotipi, promuovere politiche di inclusione ed attivare percorsi di prevenzione del disagio. In una società sempre più complessa – segnata da crisi economiche, rapidi cambiamenti e inedite sfide psicosociali – solo una presa in carico collettiva, fondata su ascolto, accoglienza e innovazione, può rappresentare la chiave per ripensare l’inserimento dei giovani e la loro piena realizzazione umana e sociale.---
Suggerimenti pratici per giovani NEET
- Non trascurare i primi campanelli d’allarme come la tendenza all’isolamento, la perdita d’interesse, l’insonnia o l’ansia persistente: parlarne con qualcuno può fare la differenza. - Informa te stesso: cerca sportelli di ascolto psicologico nella tua città o online (molte ASL offrono servizi gratuiti); l’orientamento scolastico-professionale non è solo per chi studia. - Sii paziente e definisci piccoli obiettivi realistici ogni settimana: una telefonata, un incontro, un breve corso online possono riattivare energia e contribuire al benessere. - Cerca occasioni per conoscere nuove persone ed entrare in gruppi (volontariato, associazionismo, attività culturali) perché la connessione sociale combatte la chiusura. - Ricorda che “ri-partire” è possibile e nessuno è solo: molti hanno già superato la condizione di NEET e possono essere fonte d’ispirazione e supporto.Solo comprendendo a fondo il fenomeno, abbandonando la logica del giudizio e promuovendo interventi concreti, si potrà restituire un futuro di speranza e autonomia ai giovani che vivono questo difficile passaggio.
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