Simulazione prima prova (26/03/2019): analisi su Pirandello — Il fu Mattia Pascal
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Tipologia dell'esercizio: Analisi
Aggiunto: 16.01.2026 alle 22:00
Riepilogo:
Scopri analisi della simulazione prima prova (26/03/2019) su Pirandello e Il fu Mattia Pascal: temi, maschera, crisi d'identità e spunti per la traccia.
Simulazione prima prova 26 marzo 2019: tipologia A su Luigi Pirandello
Nel panorama letterario italiano a cavallo tra Otto e Novecento, Luigi Pirandello rappresenta una delle voci più innovative e incisive, capace di dare forma e profondità alla crisi del soggetto moderno. Ne Il fu Mattia Pascal, romanzo pubblicato nel 1904 e considerato uno snodo fondamentale nella sua produzione, Pirandello mette in scena la disgregazione dell’identità individuale sotto la pressione dei ruoli sociali, delle convenzioni e delle apparenze. Il brano proposto, tratto proprio da quest’opera, affronta in modo emblematico il tema della maschera e dell’incessante ricerca di autenticità del protagonista, evidenziando attraverso una narrazione intimistica e ambigua la difficoltà – forse l’impossibilità – di sfuggire totalmente alle costrizioni dell’io sociale. Sosterrò, dunque, che in Il fu Mattia Pascal Pirandello indaga la crisi dell’identità moderna mostrando come la fuga dall’io sociale, più che risolutiva, accentui la consapevolezza della propria inafferrabilità, e che tale riflessione si riverberi sia nella tecnica narrativa che nell’uso sottile della metafora teatrale.
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Quadro narrativo e punto di vista
Il romanzo si sviluppa attraverso una narrazione in prima persona: Mattia Pascal è sia protagonista sia narratore del proprio destino. Questa scelta narrativa, tecnicamente detta “autodiegetica”, introduce fin da subito una componente soggettiva ed estremamente instabile. Il lettore si trova così a vivere e a rileggere gli accadimenti attraverso la lente deformante dei ricordi e delle riflessioni del protagonista, il quale non si limita a raccontare ma spesso si interroga, si corregge, talvolta si contraddice. In questo modo, la distanza tra esperienza vissuta e sua rappresentazione si assottiglia fino a confondersi; ne sono esempio frasi del tipo «Ma fui mai veramente io, quel Mattia Pascal che ora dico di essere stato?» che rivelano già una frattura interna al personaggio.La narrazione è densa di digressioni, apostrofi al lettore e spiazzamenti temporali che aumentano la percezione di un io mai del tutto padrone di sé. L’uso del discorso diretto libero alternato al flusso dei pensieri avvicina la voce narrante alla dimensione dell’intimità e allo stesso tempo semina il dubbio sull’affidabilità della sua testimonianza. Siamo di fronte a una narrazione che, più che restituire una “verità”, mette in scena la problematicità stessa della costruzione di senso: il protagonista racconta sé stesso, ma ciò che appare è una “recita” più che una confessione, un perpetuo tentativo di (ri)costruirsi attraverso le parole.
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Analisi tematica: crisi dell’identità e ricerca di libertà
Il cuore del romanzo e del brano in oggetto è rappresentato dal tentativo di Mattia Pascal di sottrarsi a una vita percepita come prigione di ruoli e convenzioni opprimenti. Il gesto della “finta morte” e la scelta di un nuovo nome diventano allora simboli di una ribellione radicale nei confronti delle maschere imposte dalla società: Mattia si libera delle responsabilità familiari e ripudia l’identità che gli altri (moglie, suocera, paese, legge) gli hanno cucito addosso. Tuttavia, dietro l’euforia iniziale dell’anonimato e della libertà apparente, il protagonista sperimenta presto il vuoto e l’instabilità di chi non ha più un punto di riferimento. La sua nuova identità (Adriano Meis) si rivela altrettanto fittizia e priva di radici: l’impossibilità di relazionarsi realmente con gli altri, la solitudine che aumenta e il senso di alienazione ne fanno emergere i limiti.Questo passaggio illumina una questione centrale della modernità: il sé non è una realtà solida e preesistente, ma una costruzione fragile, esposta al rischio del dissolvimento non appena vengono a mancare le “forme” che lo sostengono. La libertà agognata si trasforma così in una gabbia ancora più sottile, segno di un’esistenza che torna a essere spettro, secondo una dialettica tipica delle grandi opere del Novecento.
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La maschera e la teatralità come metafora
Pirandello fa della “maschera” la cifra simbolica della propria riflessione esistenziale: la vita appare, nel brano e nel romanzo nel suo insieme, come un palcoscenico su cui ognuno è costretto a recitare una parte. Cambiando nome, abbandonando la vecchia identità, Mattia/Adriano si illude di diventare finalmente se stesso, ma in realtà si trova a indossare un’altra maschera, ancora più inconsistente perché priva di riconoscimento sociale. L’adozione di atteggiamenti, gesti e parole calibrati per non essere scoperto fa di lui un attore che non può più uscire di scena.L’immagine della maschera, che Pirandello aveva già tematizzato nel saggio L’umorismo e che tornerà nei Sei personaggi in cerca d’autore e nelle raccolte delle Maschere nude, assume qui un valore duplice: da una parte denuncia l’artificiosità e la relatività di ogni ruolo; dall’altra suggerisce che l’essere umano, privato di qualunque maschera, rischia di non essere nessuno. Questo motivo teatrale, così centrale nella cultura italiana d’inizio Novecento, richiama il clima della crisi, ma anche la possibilità di innovazione e di autoironica consapevolezza.
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Linguaggio, stile e registro
Lo stile del brano proposto si distingue per una raffinata alternanza di registri, che ben riflette la doppia natura – drammatica e ironica – del vissuto di Mattia Pascal. Il lessico abbonda di termini che richiamano spaesamento e inquietudine: parole come “straniero”, “invisibile”, “ombra”, ma anche espressioni di ironico distacco: «ero diventato il fantasma di me stesso». Le figure retoriche più frequenti sono l’antitesi (libertà/alienazione, vita/morte), le interrogazioni retoriche (“Chi ero, io, adesso?”) e gli ossimori (“vivere senza volto”), segno di una costante tensione identitaria.La sintassi alterna periodi ampi, riflessivi e introspettivi, ad altri più asciutti e rapidi, quasi si trattasse di un dialogo interiore sospeso tra interrogazione e constatazione. Ad esempio, la breve frase «Mi sentivo libero, eppure…» introduce una nota di sospensione e di dubbio, rendendo l’incertezza non solo tematica, ma anche ritmica. L’effetto generale sul lettore è quello di un coinvolgimento empatico e insieme critico: ci si sente trascinati nel tumulto interiore del protagonista, ma non si può fare a meno di cogliere il gioco intellettuale e paradossale sotteso al suo racconto.
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Episodi simbolici e nuclei tematici da approfondire
Tra i passaggi più emblematici spicca certamente quello della “finta morte”, che racchiude un doppio valore: da una parte appare come vera e propria auto-cancellazione, rinascita che rompe con il passato, dall’altra come negazione di sé – segno di una fuga non oggettivamente risolutiva ma profondamente ambivalente. La scelta di adottare un nuovo nome (Adriano Meis) introduce il tema dell’identità come costrutto sociale: il nome, che dovrebbe dire la verità di un individuo, diventa invece un’etichetta arbitraria e facilmente modificabile.L’esperienza dell’anonimato, così desiderata dal protagonista, si tramuta rapidamente da occasione di rinascita a causa di spaesamento e frustrazione. Vale la pena interrogarsi, allora: che cosa significa essere senza nome, senza un “posto” nel teatro sociale? Come rispondono gli altri a una presenza enigmatica e irrelata come quella di Meis? Pirandello ci costringe così a ripensare la nozione stessa di identità: forse, egli sembra suggerire, non è possibile essere veramente se stessi se non entro le forme collettive, per quanto limitanti possano apparire.
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Inquadramento critico e letture interpretative
L’opera si presta – come tutta la produzione pirandelliana – a numerosi livelli di lettura. Sul versante esistenziale, il romanzo mette in scena una crisi profonda dell’essere: Mattia/Adriano incarna la lacerazione tra l’anelito di autenticità e la constatazione della propria incertezza. Da un punto di vista sociologico, la vicenda denuncia la forza delle maschere e dei ruoli imposti: senza riconoscimento, l’individuo rischia di scomparire. La lettura psicoanalitica evidenzia invece la scissione dell’io, la presenza del doppio come cifra della modernità e riflesso di una realtà paradossale.Non mancano i rimandi intertestuali: le tematiche qui affrontate si ritrovano nel teatro pirandelliano, nei personaggi dei Sei personaggi in cerca d’autore o di Uno, nessuno e centomila, dove la crisi identitaria si trasforma in gioco metateatrale e in interrogazione radicale sull’essere. La riflessione sulla forma e sulla maschera, così cara a Pirandello, è stata oggetto di approfondimento critico già dai primi commentatori, come Adriano Tilgher (che parlava di “filosofia del contrasto” in Pirandello), e trova ancora oggi nuovi sviluppi in relazione ai temi della post-modernità.
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