Analisi approfondita del Libro III, paragrafi 16-20 del De finibus di Cicerone
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Tipologia dell'esercizio: Analisi
Aggiunto: 15.01.2026 alle 5:58

Riepilogo:
Analisi dei paragrafi 16-20 del Libro III del “De finibus” di Cicerone: differenza tra beni, dovere (officium) e natura sociale dell’uomo.
Analisi dettagliata del Libro III, paragrafi 16-20 del De finibus bonorum et malorum di Cicerone
Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.) è senza dubbio uno dei maggiori rappresentanti della cultura romana. Magistrato, avvocato, politico, oratore di fama impareggiabile e filosofo raffinato, egli ha contribuito in modo decisivo a traghettare la filosofia greca nella cultura latina, adattandone concetti e linguaggio al mondo romano. Il De finibus bonorum et malorum è una delle sue opere filosofiche più dense e complesse, composta tra il 45 e il 44 a.C., negli ultimi anni della sua vita, quando la crisi della res publica lo spinge a riflettere profondamente sui valori etici e politici.
L'opera è strutturata come un dialogo filosofico, ricco di discussioni tra varie scuole: epicurei, stoici e accademici, in cui Cicerone cerca di individuare cosa sia effettivamente il "sommo bene", ovvero il fine ultimo dell'uomo. Il Libro III, in particolare, affronta – soprattutto con riferimento al pensiero stoico ma con costanti richiami anche ad Aristotele e ai nuovi accademici – il tema del rapporto tra beni supremi e beni secondari, l’origine del dovere (officium), la natura sociale dell’uomo e le sue implicazioni etiche e civili.
L’obiettivo di questo saggio è esplorare nel dettaglio i paragrafi 16-20, chiarendone i concetti cardine e mettendo in luce come questi abbiano influenzato successivamente non solo la filosofia medievale e moderna, ma anche il nostro stesso modo di intendere il rapporto tra individuo e collettività, tra bene personale e bene comune. Inoltre, vorrei fornire alcuni consigli utili per affrontare lo studio e la traduzione di questi celebri passi, convinta che la frequentazione dei testi originali latini sia un’occasione preziosa per sviluppare spirito critico e capacità interpretative.
In definitiva, analizzare questi brani aiuta non solo a comprendere la visione di Cicerone sull’etica e sull’uomo, ma anche a cogliere le radici culturali che, ancora oggi, nutrono il pensiero filosofico e civico italiano ed europeo.
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1. Contesto filosofico e storico
Il De finibus bonorum et malorum si inserisce in un contesto storico e culturale in cui le scuole filosofiche greche — soprattutto stoici, epicurei e accademici — dominavano il panorama del pensiero. L’opera cicironiana si pone l’ambizioso scopo di “trapiantare” queste riflessioni sull’etica nell’humus romano, adattandole alla mentalità pragmatica dei patres e degli intellettuali italici. Il termine “fini” (finibus) rimanda proprio alla ricerca del fine ultimo dell’esistenza umana: qual è, dunque, il bene supremo a cui ogni uomo aspira?All’interno del Libro III, Cicerone si interessa in particolare al pensiero stoico, che distingue tra il bene assoluto (il sommo bene, cioè la virtù) e i cosiddetti proegmèna, ossia "beni preferibili", che pur non essendo valori morali in sé, possono essere scelti o evitati in quanto conformi a natura. Il dialogo prende spesso la forma di un ragionamento sottile, in cui vengono analizzati i rapporti gerarchici tra diversi beni, sottolineando l’importanza della ragione (ratio) nella scelta delle azioni morali e delle priorità esistenziali.
Il concetto di “proegmènon” rappresenta, dunque, l’intuizione che la realtà sia composta da valori centrali e valori subordinati, che devono essere considerati senza però confonderli con il bene autentico, ossia la virtù per sé. Se Platone e Aristotele avevano già indicato la complessità della scala dei valori, gli stoici accentuano il rigore della distinzione, e Cicerone la traduce in termini accessibili e fondanti anche per la società romana, ponendo le basi, per esempio, per il successivo sviluppo della dottrina del dovere (officium) in Seneca e nella filosofia latina posteriore.
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2. Analisi dettagliata dei paragrafi 16-20
2.1 Paragrafo 16-17 (52-57): Il concetto di proegmènon e distinzione di beni
In questa sezione, Cicerone introduce e approfondisce il termine proegmènon, concetto centrale per la dottrina stoica dei beni. Il proegmènon, letteralmente “ciò che viene anteposto” o “preferibile”, indica quei beni che, pur non identificandosi con la virtù o il bene assoluto, sono comunque oggetto di scelta e di desiderio da parte dell’uomo razionale.Cicerone chiarisce come, nell’ordine naturale, esistano valori di secondo grado che, seppur “medi” (né bene né male in senso assoluto), vengono riconosciuti e preferiti dal saggio proprio per la loro conformità a natura: la salute, la ricchezza, la buona fama, ecc. non sono in sé beni morali, ma strumenti con cui l’uomo virtuoso può realizzare il bene. L’autore utilizza una metafora particolarmente efficace: il dado che, per vincere nel gioco, deve “cadere diritto” (“rectus”), ma la caduta in sé non coincide con la vittoria. Allo stesso modo, i beni proegmèna sono funzionali al raggiungimento del bene sommo, ma non ne sono il nucleo essenziale.
Cicerone opera quindi una distinzione raffinata tra i beni pertinenti (telikà), che hanno valore per se stessi (come le azioni oneste), e i beni efficienti (poietikà), che sono preferibili in quanto strumenti per ottenere qualcos’altro (come un amico o la salute). Alcuni beni sono addirittura entrambe le cose: la sapienza, ad esempio, è sia fine a se stessa sia mezzo per vivere secondo virtù. Questa suddivisione gerarchica aiuta a non confondere i valori, evitando sia il disprezzo per ciò che nella vita è “secondario”, sia l’errore di mettere il mezzo al posto del fine.
2.2 Paragrafo 18 (58-61): Concetto di officium e la via di mezzo
Dopo aver esaminato la scala dei valori, Cicerone si concentra sul concetto di officium, il dovere. L’officium non è la virtù in senso stretto, ma rappresenta quell’ambito di azioni “medie” — né assolutamente buone né assolutamente cattive — che l’uomo compie seguendo la ragione e la convenienza sociale. Si tratta, in altre parole, di un insieme di comportamenti che rispondono a una regola ragionevole e possono essere giustificati con argomenti (ratio reddi possit).Cicerone insiste sul ruolo del saggio, che gode della capacità di giudicare correttamente le azioni nell’ambito dell’officium. Ad esempio, restituire un deposito è di per sé una corretta azione, ma diventa davvero esemplare solo se scelta per motivi giusti, ovvero se compiuta iuste. Solo il saggio, in quanto perfettamente in possesso della ragione, non può sbagliare sulle scelte relative ai beni “medi”.
Al tempo stesso, Cicerone sottolinea che tutti gli uomini, anche gli insensati, sono chiamati a conformarsi al dovere naturale di scegliere ciò che è conforme a natura e a evitare l’opposto. La vita stessa comporta un continuo bilanciamento tra i beni e i mali presenti in ogni situazione: rimanere in vita è un dovere quando essa è compatibile con la dignità umana, mentre abbandonarla può essere altrettanto doveroso in caso contrario, come nella scelta del suicidio filosofico di Catone Uticense ammirato dallo stesso Cicerone.
2.3 Paragrafo 19 (62-67): La natura sociale dell’uomo e la comunità
Nei paragrafi successivi, Cicerone si sofferma sulla natura sociale dell’uomo, un tema classico già presente nell’“Etica Nicomachea” di Aristotele e nella riflessione stoica. L’uomo, procreando e prendendosi cura dei figli, manifesta la sua indole sociale, che trova nella famiglia la prima, fondamentale cellula della società. L’affetto reciproco tra genitori e figli è infatti radicato nella natura stessa.Questa tendenza si estende poi alla società tutta: gli uomini cercano la compagnia degli altri non solo per godere di reciproca protezione o aiuto materiale, ma perché riconoscono nella comunità (coetus, civitas) il luogo in cui possono realizzare il proprio essere. Il patriottismo, cioè la preferenza morale del bene della “res publica” rispetto all’interesse personale, deriva da questa inclinazione naturale. L’uomo che sacrifica la patria per il proprio vantaggio è definito da Cicerone indegno e viene associato al massimo disonore. Quest’idea sarà centrale anche nella formazione dei giovani romani — e ancor oggi ricorre, per esempio, nell’educazione civica in Italia.
La menzione del “mondo come città comune” governata dalla divinità, infine, introduce un’idea di ordine cosmico che lega l’etica alla religione civile: l’individuo è parte di un piano più grande, sottoposto alla legge divina e chiamato a subordinare i propri interessi a quelli universali.
2.4 Paragrafo 20 (68-69): Trasmissione dei valori e ruolo della sapienza nella società
L’ultimo passo analizzato offre una riflessione suggestiva sulla trasmissione dei valori. Cicerone descrive l’istinto naturale degli uomini morenti a redigere testamenti e ad affidarsi a comunicazioni lasciate ai propri discendenti: anche nella morte, si manifesta la volontà di preservare il bene comune e la memoria familiare.La natura sociale spinge gli individui a ricercare costantemente l’unione con gli altri: persino la massima abbondanza di beni materiali viene giudicata vana da chi vive isolato, come testimoniano sia filosofi antichi sia la letteratura latina (pensiamo, ad esempio, al “De amicitia” dello stesso Cicerone). La sapienza è presentata come una forza simile all’istinto animale di difendere la prole, in grado di salvare l’umanità e mantenere in vita la società. Il paragone con Giove, chiamato “Optimus”, “Maximus” e “Salutaris”, rimanda alla necessità di attribuire a un principio superiore la tutela morale della comunità.
Ancora, l’officium si presenta non solo come dovere verso i famigliari, ma anche verso la società e persino verso gli dèi. La giustizia e la bontà, fondamenti della convivenza, sono protette dalla sapienza filosofica, che insegna a non trascurare né il prossimo né la pietà verso il divino. In mancanza di questo diritto naturale (gius naturale), non potrebbe esistere neppure la proprietà privata, e la società sarebbe esposta al disordine.
Infine, Cicerone tocca gli aspetti affettivi della vita: il saggio naturale desidera una famiglia, dei figli, la partecipazione attiva alla vita pubblica, in contrasto con altre filosofie (come il cinismo) che esaltavano una solitudine radicale e la rottura di tutti i legami.
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3. Consigli metodologici per lo studio e la traduzione del brano
Per affrontare in modo efficace la traduzione e la comprensione di questi passi, occorre:- Riconoscere i termini tecnici: parole come “proegmènon”, “officium”, “telikà”, “poietikà” possiedono un significato specifico, sviluppato nella tradizione filosofica greca e latina. Conviene ricorrere a dizionari specialistici e, possibilmente, consultare commentari scolastici come quelli della Loescher, in uso nei licei italiani, per chiarirne l’esatta sfumatura.
- Fare attenzione alle metafore: Cicerone spesso impiega immagini (il dado, il teatro, il viaggio) che veicolano un messaggio filosofico profondo, ben oltre il contesto letterale. Interpretare la metafora consente di cogliere il nesso tra astratto e concreto, tra pensiero e vita quotidiana.
- Analizzare la struttura delle proposizioni e delle congiunzioni: il latino filosofico è complesso, ricco di subordinate causali, concessive, finali. Identificare ciascuna funzione logica aiuta a seguire il filo argomentativo e a evitare interpretazioni errate.
- Isolare i concetti chiave e collegarli agli esempi concreti: ogni paragrafo sviluppa una nozione astratta (bene, dovere, giustizia, sapienza) esemplificata poi con casi della vita reale o menzioni della storia romana e greca. Discutere questi esempi insieme ai termini tecnici facilita la comprensione.
- Evitare la mera traduzione letterale: comprendere il senso generale e la struttura logica è fondamentale per restituire in italiano la profondità dell’originale latino.
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4. Conclusione
L’analisi dei paragrafi 16-20 del Libro III del De finibus bonorum et malorum mette in luce l’estrema raffinatezza del pensiero etico ciceroniano. Attraverso la distinzione tra beni supremi e secondari (proegmèna), la definizione dell’officium come “via di mezzo” tra bene e male, e la valorizzazione della natura sociale dell’uomo, Cicerone getta le basi per tutto il pensiero morale occidentale. La sapienza emerge come forza unificante e protettrice della comunità, capace di orientare tanto il singolo quanto la società nel suo insieme verso il bene comune.Queste riflessioni conservano una forte attualità: ancora oggi, nei discorsi civili e nei trattati di etica, riecheggiano le idee di giustizia, di dovere, di bene della comunità, tanto care a Cicerone quanto necessarie in un mondo sempre più frammentato. Approfondire questi testi, specialmente nel percorso liceale italiano, rappresenta non solo un’occasione di crescita critica, ma anche un invito a partecipare attivamente al dialogo tra passato e futuro della nostra cultura.
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5. Possibili approfondimenti e spunti per l’esame
Per chi volesse approfondire, suggerisco:- Il confronto diretto con le altre scuole filosofiche, soprattutto con le tesi stoiche su virtù e indifferenti, e le critiche dei nuovi accademici. - Lo studio parallelo di altre opere ciceroniane, come il De officiis o il De amicitia, dove i concetti qui esposti sono declinati in ambiti concreti. - La rilettura di autori coevi e successivi (come Seneca, Marco Aurelio, Plinio il Giovane, che riprendono e trasformano l’eredità ciceroniana). - Proporre esercizi di traduzione e brevi commenti a ogni paragrafo, in modo da verificare la comprensione sia lessicale che concettuale dei brani.
Concludendo, il De finibus non è solo un manuale scolastico, ma una fonte inesauribile di riflessione sulla dignità dell’uomo, il valore della virtù, il legame indissolubile tra individuo e società: una lezione che, anche a distanza di oltre duemila anni, non cessa di interpellarci.
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