L’opera del costruttore: memoria storica, tecnica e atto di volontà
Questo lavoro è stato verificato dal nostro insegnante: 14.01.2026 alle 11:30
Tipologia dell'esercizio: Analisi
Aggiunto: 20.10.2025 alle 22:25
Riepilogo:
Il costruttore, tra tecnica e simbolismo, trasforma sé stesso e la collettività, dando forma alla materia e crescendo interiormente.
L’analisi del ruolo del costruttore, così come emerge all'interno della tradizione occidentale, in particolare nella simbologia legata agli antichi mestieri e nei riferimenti alla ritualità della Massoneria (ad esempio nell’opera di Pierre Mollier, in “La Massoneria: Una Storia Illustrata”, 2012), ci permette di distinguere tra l’aspetto puramente tecnico dell’arte edificatoria e la sua portata simbolica e trasformativa sia per il singolo che per la collettività.
L’opera del costruttore, infatti, non si limita alla realizzazione di strutture materiali o al tramandare saperi tecnici – comunque importanti e ben documentati dagli storici dell’architettura e dagli antropologi (vedi Joseph Rykwert, “L’idea di città”, 1976; Mircea Eliade, “Il sacro e il profano”, 1957). Dai cantieri delle cattedrali medievali, documentati da Georges Duby (“Il tempo delle cattedrali”, 1978), si rileva come la costruzione di un edificio fosse sempre investita di una dimensione sacra e collettiva: l’atto di costruire significava imprimere un ordine e una forma al caos originario, elevare suggestivamente la materia dall’informe alla geometria, proiettando nell'opera una volontà che trascende il singolo e la tecnica.
La definizione del costruttore come “colui che dà forma all’informe”, dunque, trova riscontro sia nell’ermeneutica filosofica che nella letteratura antropologica: la forma, secondo Aristotele (“Metafisica”, Libro Z), è ciò che attualizza la potenza inerente nella materia – e il costruttore è il medium di questa attualizzazione. Tale concetto viene riproposto anche nella simbologia del “Grande Architetto”, presente nella filosofia massonica, dove l’architettura diviene metafora dell’edificazione interiore dell’uomo (vedi Luigi Sessa, “La simbologia del Tempio”, 2009).
Di particolare interesse, sul piano specialistico, è l’aspetto iniziatico e trasformativo del mestiere del costruttore, così come illustrato nella letteratura degli studi sulle società iniziatiche (Jean-Pierre Laurant, “Ritualità e simbolismo nei movimenti iniziatici contemporanei”, 1995). Nel rituale massonico, ad esempio, tutta la progressione dall’apprendista al Maestro è rappresentata attraverso la lavorazione della pietra grezza, che simboleggia l’ego e le imperfezioni originali dell’essere umano: il lavoro consiste nell’asportazione delle scorie, nella squadratura, levigatura e purificazione della materia, il tutto come processo di consapevolezza e mutamento della coscienza. Questo viene approfondito, ad esempio, negli studi di Oswald Wirth (“Il libro del Compagno”, 1894), dove l’uso degli strumenti non è mai un fatto meramente tecnico, ma diviene disciplina spirituale.
Risulta allora chiaro, come sottolineato anche in studi più recenti (Valerio Magrelli, “Il costruttore di vulcani”, 1998), che il segreto del costruttore non è fondamentalmente un “sapere esoterico” trasferito verbalmente, né una regola di proporzione architettonica (per quanto il sapere geometrico sia centrale nei trattati come “De Architectura” di Vitruvio). Lo stesso Vitruvio, pur rimarcando l’importanza di scienza e tecnica, sancisce un forte legame tra ordinamento dello spazio e ordine morale/sociale dell’umanità stessa. Si evade dunque sia dalla mera manualità che dalla sola memoria storica: il vero significato dell’attività costruttiva è la trasformazione dell’essere umano attraverso l’arte e la disciplina, secondo un ideale di perfezionamento interiore e di edificazione di un “tempio invisibile”, ossia di una società o comunità armonica.
In questa prospettiva, è importante sottolineare che l’aspetto fondamentale del percorso iniziatico non è l’accumulo di conoscenze speculative, ma l’esperienza diretta di una tensione alla perfezione che si traduce nel silenzio interiore (vedi Pierre Hadot, “Esercizi spirituali e filosofia antica”, 1981). La pratica della lavorazione della pietra non è solo un simbolo, ma una disciplina volta alla comprensione e superamento delle proprie limitazioni, riconoscendo in sé, come affermato dal testo, la propria “pietra grezza”. In linea con quanto rilevato dalla letteratura specialistica, il vero segreto del costruttore non può essere scritto ma solo vissuto: è l’esperienza acquisita nel silenzio e nel lavoro, che conduce a una trasformazione personale e si riflette poi nell’opera collettiva.
Sul piano culturale, tali pratiche hanno avuto un riflesso sociale profondo: secondo Frances Yates (“La tradizione ermetica nel Rinascimento”, 1964), le tecniche costruttive degli “operai liberi” medievali e rinascimentali si accompagnavano a una pedagogia iniziatica, in cui la disciplina interiore andava di pari passo con le innovazioni tecniche, rendendo l’opera architettonica – dalla basilica alla loggia – un simbolo dell’ideale umano di armonia e fratellanza.
In conclusione, la figura del costruttore come agente di volontà formante e di disciplina interiore è sostenuta da una vasta letteratura storica, antropologica, filosofica e spirituale. L’opera del costruttore, dunque, non è solo memoria o tecnica: è espressione di una tensione permanente tra materia ed essenza, tra costruzione esterna e crescita interiore, tra individuo e collettività, secondo una tradizione che, pur nelle varie declinazioni storiche, è sempre imperniata sulla volontà di “dare forma” – e, nel farlo, formare anche se stessi.
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